Archivio per la 'Pietro Caruso – Aforismi cooperativi' Categoria
La speranza si chiama Selif
Selif ha sei anni, da tre è in Italia, dove ha frequentato la prima elementare. Vive con i genitori e due fratelli più piccoli. È un burkinabé, cioè un abitante del Burkina Faso, uno dei più poveri e dignitosi paesi dell’Africa.
Un tempo si conosceva quella nazione come Alto Volta: dal 1960 ha conquistato l’indipendenza dalla Francia. Selif sa poco o nulla dei Bobo, l’etnia a cui appartiene, essendo nato a Banfora; non teme l’Aids che miete ancora il 5 per cento della popolazione del suo paese di origine ed è ancora la prima causa di morte entro i 50 anni.
È la soglia massima di aspettativa in un popolo che, come età dei suoi abitanti, ha solo diciassette anni a testa. Selif è l’unico inquillino, nel condominio dal quale mi sono trasferito, che mi ha aiutato nel trasloco di casa. Alcuni altri, bianchi e forlivesi, erano disponibili in verità, ma troppo avanti con l’età per chiedere di spostare pesi e trasportare pacchi da non meno di 10-15 chili.
Selif diligentemente e spontaneamente invece si è subito reso disponibile e così ha ricevuto in dono dei libri, un quadro, una piccola abat-jour da comodino. Il piccolo Burkinabé tifa la nazionale e pronuncia qualche parola anche di africano, francese, romagnolo, per il resto la lingua che parla benino è già quella di Dante.
Se anche i suoi genitori trentenni stentano a integrarsi, d’altra parte sono i piccoli Selif i cittadini che conviveranno con i nostri nipoti. La nostra generazione di cinquantenni spera che lo facciano in armonia, in pace, rafforzando le reciproche virtù e rinunciando ai reciproci limiti. Non abbiamo molte alternative. Se continuassimo a ragionare come prima di coloro che hanno scritto la “capanna dello zio Tom” ci ritroveremmo spiazzati e spazzati via.
Possono non piacerci, specie se non sappiamo difendere le nostre identità e le nostre sacrosante tradizioni, ma non possiamo fare a meno di confrontarci. Auguro a Selif di diventare campione di qualcosa, ma se anche rimanesse quel bambino educato e socievole, premessa per confermarlo nel suo carattere di adulto, lo ricorderei con molta simpatia. È a tipi come lui che è affidata la nostra speranza di continuare ad essere un popolo civile, ma soprattutto quello per cui una volta venivamo lodati (a volte senza troppi meriti): «italiani, brava gente». Nella convinzione di poterlo dire, più prima, che poi anche degli europei tutti.
Nessun commentoSe Kati è truffata
Ingessata in quei vecchi jeans, il viso struccato, gli occhi grigi screziati di verde dietro le lenti sottili, Kati con i suoi cinquanta anni non appare come è stata. Era una bellissima ragazza ungherese piena di speranze. Quando il muro di Berlino fu fatto crollare sotto le sue colpe Kati era sposata, aveva tre figli, era stanca di un regime dove era meglio parlare senza voce.
Con grande entusiasmo accettò di seguire il marito in Italia. Solo che il lavoro trovato dal consorte non bastava a mantenere in modo decoroso una famiglia così vasta. Kati non aveva letto “Pinocchio” e non sapeva che ad una persona ignara ed entusiasta la compagnia di un gatto e di una volpe non fanno mai difetto.
E così accettò d’indebitarsi con gli “amici” per comprarela licenza di un bar. Passavano i mesi e gli anni e tutti i guadagni andavano per pagare gli interessi, spesso a tassi d’usura.
Adesso Kati è separata, ha dovuto coinvolgere un figlio nella gestione fallimentare del suo esercizio e metterlo a repentaglio di reputazione. Ormai le restano solo gli occhi per piangere. La sua non è la cronaca di un incidente imprenditoriale. È il resoconto di una morte economica annunciata. Solo chi parte con una base minima d’investimento, di questi tempi, può rischiare. Inutile illudersi, conterranei inclusi.
Se sei straniero, poi, rischi due volte. Alle tue spalle non hai garanzie dei familiari e gli “amici” hanno sempre, o qua-
si, un vile tornaconto. Ieri sotto la dittatura non avevi diritto di lamentarti, perché eri una dsfattista. Consolati Kati, almeno qui hai avuto la possibilità di raccontare la tua sfortuna.
Intanto gli “amici” stanno per tirare un altro bidone: “storico esercizio pubblico in posizione panoramica… offresi senza intermediario”. E sì, il denaro circola…
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