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	<title>La Società Cooperativa &#187; Pietro Caruso &#8211; Aforismi cooperativi</title>
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	<description>Il blog delle cooperative di Forli&#039;-Cesena</description>
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		<title>Un&#8217;alleanza non simbolica</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2011 14:30:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pietro Caruso - Aforismi cooperativi]]></category>

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		<description><![CDATA[Lanciare un’alleanza delle tre centrali cooperative italiane è una buona idea, anzi ottima. A patto che dalle enunciazioni seguano i fatti. Se la cooperazione seguisse il copione intrapreso dalle centrali sindacali il risultato sarebbe disastroso. Questo Governo accetta il dialogo fra le parti sociali solo se c’è una forza chiara e univoca. In caso contrario [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Lanciare un’alleanza delle tre centrali cooperative italiane è una buona idea, anzi ottima. A patto che dalle enunciazioni seguano i fatti. Se la cooperazione seguisse il copione intrapreso dalle centrali sindacali il risultato sarebbe disastroso. Questo Governo accetta il dialogo fra le parti sociali solo se c’è una forza chiara e univoca. In caso contrario appena intravede un elemento di contraddizione si introduce e determina un calo di potenza negli interolocutori economici. La cooperazione ha dei problemi di definizione del proprio ruolo sulla scena europea e mondiale. Il modello cooperativistico ha preso una certa forza sul mercato al consumo alimentare, su alcuni settori della produzione lavoro e dei servizi sociali, ma pur crescendo non è ruscito a tradurre in potenza finanziaria la sua espansione. Doveva farlo prima, come è avvenuto in parte sia in Germania, sia nel Regno Unito. Non ci siamo riusciti e il modello pur importante del credito cooperativo derivato dalla mutualità artigiana e agricola da sola non ha mai costruito la “finanziaria popolare” nazionale. </em></p>
<p><em>Credo che l’ideale sarebbe che le tre centrali tentassero alleanze strette su alcune battaglie di principio: sulle forme di finanziarizzazione, sulla remunerazione del capitale sociale da reinvestire, nella chiara distinzione fra ciò che rappresenta il volontariato e la cooperazione che viene sempre più ad arte confuso. </em></p>
<p><em>Un tema che mi è particolarmente caro è quello della comunicazione. Conosco bene il lavoro che Mediacoop (Legacoop) ha svolto partendo dall’adesione a questa esperienza della Cooperativa editoriale giornali associati che ho contribuito a fondare nel 1993. Bisogna trovare un’intesa anche con le analoghe associazioni che si occupano dei media in Agci e Confcooperative. </em></p>
<p><em>Per contrastare i monopoli dei soliti noti, uno in particolare perché il più ingombrante e riottoso a riordinare la materia del conflitto d’interessi, proprorre nuovi sbocchi occupazionali a tanti giovani laureati in scienze della comunicazione diventata, purtroppo, la facoltà della filosofia dei segni che non si traducono in lavoro. Tutti cianciano di comunicazione, la sfruttano per i propri interessi, non ne riconoscono autonomia e ruolo. La risposta dei cooperatori dei media deve essere invece più autorevolezza, più autonomia, più potere. Le gelosie di bandiera e bandierina non servono.</em></p>
<p><strong>Pietro Caruso</strong></p>
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		<title>L&#8217;impresa dell&#8217;informazione</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Aug 2010 10:30:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pietro Caruso - Aforismi cooperativi]]></category>

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		<description><![CDATA[È tutto un problema di forza e di potere. Dopo la proposta di bavaglio sulle intercettazioni, dopo l’aumento scellerato delle tariffe postali per i giornali e soprattutto per i periodici, siamo arrivati al capitolo successivo. L’allarme lanciato da Mediacoop, l’associazione nazionale delle cooperative editoriali aderenti a Legacoop, è stato chiaro: l’incertezza, per il terzo anno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È tutto un problema di forza e di potere. Dopo la proposta di bavaglio sulle intercettazioni, dopo l’aumento scellerato delle tariffe postali per i giornali e soprattutto per i periodici, siamo arrivati al capitolo successivo.</p>
<p>L’allarme lanciato da Mediacoop, l’associazione nazionale delle cooperative editoriali aderenti a Legacoop, è stato chiaro: l’incertezza, per il terzo anno consecutivo, dei contributi pubblici all’editoria non sono il rispetto alla pesantezza della manovra rivolta a tutti i cittadini ma il disegno ormai esplicito di tagliare fuori dal mercato il 20 per cento delle aziende editoriali, spartirsene il piccolo ma agguerrito mercato commerciale pubblicitario, tagliare fuori dalla società giornalistica che conta il 25 per cento della categoria dei professionisti dell’informazione. Naturalmente non c’è bisogno di evocare lo stratega di questa operazione di negazione della democrazia, nè i solerti colonnelli che sono in azione quotidiana. È molto probabile che dopo le minacce, le battaglie combattute su questo terreno negli anni scorsi, dalla fine del 2010 cominceranno a cadere sul campo tante piccole imprese che hanno comunque avuto il merito di chi da quaranta, chi da trenta o da venti anni hanno creato il pluralismo dell’informazione allargando l’informazione in quasi tutta Italia. Non c’è bisogno che citi i meriti della Cooperativa editoriale giornali associati che edita il “Corriere Romagna”. Ora però è il tempo di provare, se non si vuole soccombere, a tentare un salto di qualità. E’ possibile in Emilia-Romagna creare un unico polo produttivo dell’informazione? E’ possibile trovare un grande partner nazionale dell’editoria che rispetti la vocazione cooperativa per rinnovare l’offerta dell’editoria della comunicazione e del giornalismo? Le migliori imprese cooperative di questo territorio si guardano attorno per costruire alleanze e strategie adatte per stare sul mercato salvando quanti più lavoratori possibili e le professionalità finora espresse. In questa versione sarebbe determinante anche affrontare il nodo della distribuzione che, in chiave logistica, è uno dei punti deboli dell’informazione in Italia quando si parla di carta stampata. La verità è che sono questi orribili tempi di crisi, favoriti da una pessima classe dirigente innanzi tutto politica e di governo, a imporre la drastica alternativa: combattere o perire. E se attribuiamo alla metafora il suo valore credo che siamo capiti.</p>
<p><strong>Pietro Caruso</strong></p>
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		<title>Il falso problema dell&#8217;identità</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Jun 2009 07:28:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pietro Caruso - Aforismi cooperativi]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Italia si allontana dall’Europa. Solo che anche l’Europa si allontana da se stessa. È il risultato di un peggioramento netto nato a Nizza nel 2000, quando per l’ennesima volta fu allontanata l’idea di approvare una vera Costituzione europea. Poi è arrivato Bush, l’attentato alle Torri gemelle, l’oscuramento storico che prosegue, mitigato dal sogno di Obama, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia si allontana dall’Europa. Solo che anche l’Europa si allontana da se stessa. È il risultato di un peggioramento netto nato a Nizza nel 2000, quando per l’ennesima volta fu allontanata l’idea di approvare una vera Costituzione europea. Poi è arrivato Bush, l’attentato alle Torri gemelle, l’oscuramento storico che prosegue, mitigato dal sogno di Obama, ma non privo di contraddizioni in corso. L’Italia sente come ossessione il problema dell’identità, come se improvvisamente avessimo scoperto di non avere salde radici. Anziche ritrovarle in una nuova sintesi fra passato e futuro, le individuiamo in un eterno presente che deve rimediare a tutte le nostre paure: l’uomo nero che ti porta via (e che ti violenta la madre, la figlia, la nipote, magari anche te stesso), la perdita della sicurezza economica (che è anche colpa &#8211; in questo delirio di irriflessione &#8211; dei sindacati, disposti a tutelare solo i garantiti), la stampa indiscreta e impicciona, gli immigrati. Il mondo della cooperazione deve pensare più in grande, perché ha un’antica consapevolezza della socialità in tutte le sue forme. Nessun imprenditore privato sembra porsi il problema delle prospettive di futuro. Se fossimo in condizioni di uscire dalla crisi solo con le nostre gambe, non avremmo bisogno degli altri. Solo che rischiamo molto se proseguiamo in questo modo. Non sono fra coloro che intendono alimentare il “gossip” sul premier. Ci pensa da solo ad alimentare un modo di fare informazione sulla quale lui e le sue aziende hanno guadagnato miilioni di euro. Ora c’è il rischio, come in “Quinto Potere” che la “macchina” assorba e indebolisca anche il suo artefice. Cosa ci sarebbe da stupirsi? Sono invece preoccupato per il fatto che invece di osservare il nostro cielo preferiamo osservare le nostre interiorità. E non credo che tutti lo stanno facendo partendo dalla bocca&#8230; E allora? Rinvio la memoria di chi legge ai segnali di pericolo per la tenuta della nostra democrazia e per quella che regola la convivenza pacifica nel mondo. Fate qualcosa, se non è già troppo tardi.</p>
<p><strong>Pietro Caruso</strong></p>
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		<title>I cammelli della crisi</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Oct 2008 16:18:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Pietro Caruso - Aforismi cooperativi]]></category>

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		<description><![CDATA[«Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>«Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero; infine, dove hanno fatto il deserto, quello chiamano pace». (Tacito) </em></span></p>
<p><span>Siamo vicini alla cruna dell’ago. Dentro il ministro dell’economia vorrebbe farci passare i cammelli della crisi, che è profonda e strutturale. Con astuzia, per tempo, aveva configurato nella scarsezza della politica il vero nodo per il governo delle economie governative invece dalle alchimie finanziarie e bancarie. Sembra quasi che un ministro della Repubblica, navigatore da oltre venti anni il retropalco della grande politica romana sia semplicemente un tecnico e non il vicepresidente di Forza Italia, secondo soltanto al patron di un partito che è il più familiare e aziendale che sia mai comparso sulla faccia della terra italiana. Gli scarsi di memoria dimenticano che dopo essere stato un consigliere dei “Reviglio boy’s” e non senza talento, si è avvicinato a quel centro che tanto sembrava emergere dopo la caduta di Tangentopoli e poi via, via, con rapide tappe di avvicinamento al governo del Paese, con Forza Italia e con un rapporto di amicizia anche con Lega Nord.Si ha un bel che ricordare il fatto che fino a qualche tempo fa il “liberismo” alla Thatcher l’aveva sedotto, si ha un bel che rammentare che ora è tornato ad essere il “lib-lab” Keynes il faro d’orientamento.</span></p>
<p><span>La blindatura della spesa pubblica, i tagli pesanti non sono però quelli che teorizzano la piena occupazione, né l’intervento dello Stato nell’economia. Certo una certa ubriacatura liberista la sinistra neofita alla socialdemocrazia l’ha provata, ma non si può con cinismo amorale tenere insieme due politiche che sono dialettiche l’una all’altra. Certo in un Paese nel quale sono in pochi a mantenere il tratto della coerenza ideale e politica l’astro di Giulio Tremonti è destinato ad ascendere.</span></p>
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		<title>Aspettando l&#8217;ondata</title>
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		<pubDate>Fri, 16 May 2008 17:01:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«La parola fede deriva chiaramente, io credo, da fare ciò che si è promesso» (Cicerone)  Di questi tempi va molto di moda attendere l’onda della crisi economica alla stregua di quella vissuta nel “big crash” del 1929. Non si tiene conto che proprio quella crisi ha insegnato al mercato della finanza e alle istituzioni che [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><span><em>«La parola fede deriva chiaramente, io credo, da fare ciò che si è promesso» (Cicerone)</em></span></p>
<p><span> Di questi tempi va molto di moda attendere l’onda della crisi economica alla stregua di quella vissuta nel “big crash” del 1929. Non si tiene conto che proprio quella crisi ha insegnato al mercato della finanza e alle istituzioni che presiedono il mondo del credito a non offrire l’intero fianco all’esposizione dei movimenti oceanici del denaro. Eppure una parte di quello che succede, per esempio, nelle speculazioni sui prodotti petroliferi sfugge al senso comune. E se qualcuno chiede l’elenco delle banche che hanno concesso credito facile, esigenti rate, a chi la casa non se la poteva permettere è tutto un cercare di nascondere i più alti livelli di responsabilità. Del resto sono tempi nei quali al rigore economico e finanziario dei liberisti si è sostituito il sogno populista. Non è dunque escluso che ad aprire i rubinetti della demagogia interessata al voto sia negli Usa quella stessa amministrazione che da quando è al potere ha vissuto solo l’economia di guerra.</span></p>
<p><span> Da questo punto di vista le organizzazioni dei consumatori e i sindacati sono state spesso al di qua delle responsabilità collettive che sono loro demandate. Non c’è bisogno che si scomodi il Fondo monetario internazionale per capire che gli oneri dei pericolosi mutui “subprime” interessano, per il 40 per cento, il sistema bancario europeo. Proprio perché siamo in piena interconnessione finanziaria dovremmo porci il problema di quanto nuoccia a tutto questo lo strato demagogico che si è avvertito in taluni toni in campagna elettorale italiana e di cosa abbia veramente bisogno il Paese. Stiamo aspettando l’onda che arriverà, ma cercheremo di aggrapparci alle nostre convinzioni e alla forza di chi vuole sfidare il clima tempestoso. No, non dobbiamo farci piegare dalle avverse fortune. </span></p>
<p><strong>Pietro Caruso</strong></p>
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		<title>L&#8217;assalto ai forni</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Mar 2008 17:53:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Non bisogna forzare la natura, ma persuaderla, e la persuaderemo soddisfacendo i desideri necessari, quelli naturali se non recano danno, contestando invece aspramente quelli che recano danno» (Epicuro). Il pane comune è passato a costare tre euro al chilo; se poi ci si avventura nella sfiziosità dei forni (piadine salate e dolci, panini con ingredienti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>«Non bisogna forzare la natura, ma persuaderla, e la persuaderemo soddisfacendo i desideri necessari, quelli naturali se non recano danno, contestando invece aspramente quelli che recano danno» (Epicuro). Il pane comune è passato a costare tre euro al chilo; se poi ci si avventura nella sfiziosità dei forni (piadine salate e dolci, panini con ingredienti concorrenti alle tradizionali farine) il prezzo aumenta. Non c’è bisogno di fare i grandi economisti: se una qualsiasi famiglia di quattro persone spende al mese un centinaio di euro, vuole dire che in media un decimo/un dodicesimo del salario o dello stipendio se ne va soltanto in pane. Se ci aggiunge o latte, o vino, o birra, se ne va un altro decimo/dodicesimo dello stipendio. E poi ci sono i bisogni indotti, ma diventati necessari: le tariffe dei telefonini, le schede per i ragazzi e i bambini. Per non parlare dei rincari della benzina, del gasolio, del gas metano. Una società che voglia mantenere coesione ha da cambiare, soprattutto, il metodo di relazione con il popolo.<br />
Solo che il popolo italiano, che oggi rifiuta questa definizione che non fa più chic, è anche suggestionabile almeno per la sua maggioranza ed è questa parte che poi risulta decisiva.<br />
Fare capire che una politica di analisi e di trasparenza dei prezzi è vitale per la sopravvivenza della nostra economia di mercato è qualcosa di più marcato che pensare che la differenza la fa il prezzo del migliore offerente. Se vivessimo nel paradiso di Adam Smith sarebbe così. Siamo invece nell’inferno della concorrenza mancata e delle logiche di cartello. Un esempio per tutti: il prezzo delle benzine e i grandi marchi alimentari dietro ai banconi dei supermercati.<br />
Il cliente-consumatore-utente si sente solo e, si sa, quando uno è solo pensa ad unirsi a una moltitudine urlante. Ce lo ha insegnato Alessandro Manzoni, ma evidentemente nella classe dirigente c’è chi non se ne ricorda.</p>
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		<title>La scala dei redditi</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Jan 2008 17:46:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“L’ingiusta passione per la ricchezza è empia&#8230; l’eccessiva avarizia è comunque sordida” (Epicuro). Se guardiamo alla ricchezza delle famiglie descritte dagli analisti della Banca d’Italia negli anni che vanno dal 2001 al 2006 ci rendiamo conto che in un Paese dal senso dello Stato scarso la trasformazione da lira in euro ha costituito una ghiotta [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>“L’ingiusta passione per la ricchezza è empia&#8230; l’eccessiva avarizia è comunque sordida” (Epicuro). Se guardiamo alla ricchezza delle famiglie descritte dagli analisti della Banca d’Italia negli anni che vanno dal 2001 al 2006 ci rendiamo conto che in un Paese dal senso dello Stato scarso la trasformazione da lira in euro ha costituito una ghiotta occasione per compiere piccole e grandi speculazioni. Non potevano certo compiere questo tipo di operazioni i dipendenti salariati e gli stipendiati. Qualsiasi governo, a meno che non ne facciano parte dei pirati della Filibusta, deve per questo stabilire quale politica dei redditi sia compatibile con le manovre finanziarie, gli assestamenti di bilancio che si rendano necessari. Tra l’altro è diverso se uno guadagna 1.200 euro a Trento o a Messina, ma ormai una certa differenza di capacità di acquisto si riscontra anche se uno abita a Forlì e un altro a Montiano. Questa articolazione di prezzi e di tariffe sul territorio produce un inevitabile disagio sociale che non può vedere le amministrazioni locali estranee dalle azioni di tenuta del versante del welfare sociale.<br />
Non è indifferente se un bambino va in un asilo nido con una determinata retta oppure non ci va, cambia la vita sapere che un anziano non autosufficiente può essere seguito senza dovere prendere l’aspettativa dal proprio lavoro. E nonostante ciò tutto questo non basta. Un conto è partire insieme e poi ciascuno distanzia l’altro per maggiori capacità, minori incompetenze, migliori risultati. Altro paio di conti è invece se, partendo avvantaggiato per ceto, classe, condizione, cerca di ostacolare il merito degli altri. Se la scala dei redditi cambia a seconda di chi la percorre&#8230;si rischia di trasformare una competizione fra diversi ma solidali, nella lotta nella giungla della sopravvivenza. Dove la filosofia non ha mai avuto albergo.</p>
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		<title>Il Natale di Alexandru</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Dec 2007 16:53:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sbagliamo a generalizzare sugli italiani, ma &#232; la stessa cosa a farlo con i romeni. Alexandru ha 32 anni e si &#232; sposato con una ragazza di origine sarda un po&#8217; pi&#249; grande di lui che ha gi&#224; una figlia avuta da un precedente matrimonio (fallito). Quando sua madre venne in Italia, negli anni Ottanta, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sbagliamo a generalizzare sugli italiani, ma &egrave; la stessa cosa a farlo con i romeni. Alexandru ha 32 anni e si &egrave; sposato con una ragazza di origine sarda un po&rsquo; pi&ugrave; grande di lui che ha gi&agrave; una figlia avuta da un precedente matrimonio (fallito). Quando sua madre venne in Italia, negli anni Ottanta, si erapersino lanciata a nuoto&nbsp; in un fiume d&rsquo;inverno e suo marito era stato colpito alla schiena dalle guardie frontaliere, rimanendo paralizzato dalla vita in gi&ugrave;. Lei era riuscita ad arrivare dalle nostre pari e, partendo dall&rsquo;umile lavoro di cameriera, si era spostata in riviera dove aveva affittato un bar. Ora vive negli Stati Uniti. &Egrave; una bella donna, orgogliosa, piena di vita, con una grande voglia di vivere e un&rsquo;impostazione educativa di base molto sana e piena di buoni valori di coesione. Alexandru &egrave; arrivato in Italia all&rsquo;inizio degli anni Novanta, dopo la caduta del regime di Ceaucescu e le prime elezioni che avevano preso le distanze da lui, si &egrave; saputo inserire con facilit&agrave;. Ha persino imparato a tirare la sfoglia e ha preso dei chili mangiando i primi piatti di una cucina che usa le verdure e le zuppe con molta pi&ugrave; parsimonia delle usanze di Romania. In queste ultime settimane Alexandru non si d&agrave; pace. L&rsquo;assassinio di una donna nella periferia di Roma ad opera di un migrante romeno giunto da poche settimane lo ha messo, ancora una volta, di fronte ai drammi del suo paese d&rsquo;origine. Alexandru &egrave; molto duro con molti dei suoi connazionali, ma sta soffrendo sul serio per le battute sul suo aspetto fisico: ha l&rsquo;abbronzatura, il colore dei capelli, degli occhi dell&rsquo;etnia Rom&#8230; Oggi Alexandru &egrave; un cittadino italo-romeno che ama la musica di Goran Bregovic, ma anche quella di Secondo Casadei, che vota Valter Veltroni ma odia il comunismo storico (nella versione che ha conosciuto da ragazzo). &Egrave; lui il &ldquo;nemico da battere&rdquo;? Il &ldquo;pericoloso immigrato&rdquo; che ci porta via il lavoro e le donne? Per mantenersi, prima di essere sposato, Alexandru ha fatto di tutto (legalmente parlando) e si &egrave; messo con una ragazza italiana che era da sola da alcuni anni e manteneva la sua bambina senza l&rsquo;aiuto del primo marito nulla facente, o quasi, mantenuto dalla sua famiglia di origine. Purtroppo le statistiche sono avare di buone notizie, come la cronaca dei nostri giornali. Siamo noi che non solo a Natale dobbiamo sapere leggere fra &ldquo;pagine chiare e le pagine scure&rdquo;.</p>
<p><strong>Pietro Caruso</strong></p>
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		<title>La cucina di Lin Hu</title>
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		<pubDate>Fri, 21 Dec 2007 13:39:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Lin ha iniziato presto a lavorare. A 17 anni dalle sue parti, nello stato-regione di Zhejiang, prima della sua emigrazione nella terra di Romagna, c&#8217;erano alcuni ristoranti di lusso, ma la gente non li frequentava. Poi dieci anni fa Lin Hu ha preso coraggio e si &#232; fatto prestare i soldi da uno &#8220;zio&#8221;, Xuan, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Lin ha iniziato presto a lavorare. A 17 anni dalle sue parti, nello stato-regione di Zhejiang, prima della sua emigrazione nella terra di Romagna, c&rsquo;erano alcuni ristoranti di lusso, ma la gente non li frequentava. Poi dieci anni fa Lin Hu ha preso coraggio e si &egrave; fatto prestare i soldi da uno &ldquo;zio&rdquo;, Xuan, che gli ha fatto un bel predicozzo sulla riconoscenza familiare, ma soprattutto sulla necessit&agrave; che in un triennio avrebbe dovuto riavere, e con gli interessi, quel prestito. Lin Hu non ha studiato da cuoco, ma l&rsquo;anno scorso si &egrave; ribellato. Nel senso che per la prima volta si &egrave; posto la domanda perch&eacute; dovesse cucinare quasi solo cibi precotti o surgelati o fatti importare dalla Cina e non potesse variare applicando i codici di una cucina che &egrave; la pi&ugrave; vasta del mondo. Persino l&rsquo;Italia che al mondo &egrave; considerata la pi&ugrave; varia, di fronte alla Cina si pone al secondo posto. Solo che non lo sappiamo, perch&eacute; sottovalutiamo cosa voglia dire, nel bene e nel male, una tradizione ultramillenaria di impero. Del resto il nostro impero romano &egrave; finito tanti di quei secoli fa che solo chi ha studiato storia pu&ograve; ricordarselo, mentre il &ldquo;piccolo imperatore&rdquo; &egrave; materia che ha attraversato praticamente il primo tratto di secolo, fino all&rsquo;avvento del governo nazionalista e poi di quello comunista. Quando affrontiamo un cinese, a partire dal suo nome stesso, dobbiamo fare i conti con una realt&agrave; straordinariamente estesa e portatrice di una cultura stratificata e super regolata. Vorrei che Lin Hu diventasse un cuoco che cucina anche l&rsquo;Artusi, il trattato della cucina fra l&rsquo;Emilia, la Romagna e la Toscana. Attraverso il cibo pu&ograve; avvenire l&rsquo;integrazione. Certo sappiamo che i conservatori prevalgono. Anzi, hanno il potere. <br />
E in Cina, forse, ancora pi&ugrave; che dalle nostre parti. Solo che quando parliamo di Cina, anche dalle nostre parti, non dobbiamo mai dimenticare che essere sudditi di un impero forgia il carattere della popolazione. Quando parliamo della Cina, se vogliamo utilizzare le categorie della storia, &egrave; meglio usare cautele e saggezza. Secondo Lao Tze: &ldquo;Il mondo &egrave; un vaso di spiriti che non si fa forgiare&rdquo;, meglio non irritarli troppo.</p>
<p><strong>Pietro Caruso</strong></p>
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		<title>Le lacrime di A&#8217;isha</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Nov 2007 15:18:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando lo &#8220;zio&#8221; di Lagos era arrivato nel villaggio di A&#8217;isha, tutto il clan della ragazza era stato felice per quel giorno. Nel nord della Nigeria, infatti, i gruppi che parlano la lingua Hausa avevano salutato la partenza della &#8220;doguwar yarinya&#8221; (la ragazza alta) verso l&#8217;Europa per &#8220;andare a studiare e lavorare&#8221; come un segno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img width="200" height="308" border="2" align="right" src="http://www.lasocietacooperativa.it/wp-content/uploads/image/pietro_caruso.gif" style="padding: 5px; margin-left: 5px;" alt="" />Quando lo &ldquo;zio&rdquo; di Lagos era arrivato nel villaggio di A&rsquo;isha, tutto il clan della ragazza era stato felice per quel giorno. Nel nord della Nigeria, infatti, i gruppi che parlano la lingua Hausa avevano salutato la partenza della &ldquo;doguwar yarinya&rdquo; (la ragazza alta) verso l&rsquo;Europa per &ldquo;andare a studiare e lavorare&rdquo; come un segno di ascesa. Un riscatto.</p>
<p>
A 19 anni &egrave; bello sognare. A&rsquo;isha non &egrave; arrivata su un barcone, ma dopo essere sbarcata a Roma su un normale volo di linea aveva sognato di cominciare la nuova vita.</p>
<p>
Invece la sua casa &egrave; diventata una stanza di un residence a Nettuno e il suo luogo di lavoro l&rsquo;Aurelia. La &ldquo;mamy&rdquo; che gestiva venti ragazze era terribile: ad A&rsquo;isha hanno spaccato un braccio, poi quando era convalescente &egrave; scappata. L&rsquo;ha incontrata Antonio, un ragazzo calabrese disoccupato, ma quell&rsquo;amore giurato &egrave; finito in meno di un mese. Tante botte, nuova fuga ma adesso A&rsquo;isha ha 20 anni.</p>
<p>
Adesso batte sulla &ldquo;Romea&rdquo;, fra le ragazze albanesi e quelle dominicane. La solidariet&agrave; fra colleghe puttane non esiste. Ognuno difende il suo spazio: la parola d&rsquo;ordine &egrave; guadagnare per smettere. A&rsquo;isha schiva il pericolo tutti i giorni. Adesso vive nel centro storico di Forl&igrave;, in una casa decorosa. Paga 900 euro, ma ne quadagna in media 2.500 al mese. Vuole trovare un marito che sia buono, meglio se italiano, ma non &ldquo;calabrisi&rdquo;, si raccomanda.</p>
<p>La ragazza alta, ogni tanto, piange silenziosa su un tavolino di un bar di corso Diaz. I romagnoli pi&ugrave; umani le chiedono cosa ha fatto. Lei risponde, sgarbata: &laquo;Cosa vuoi, lasciami perdere&raquo;. Anche A&rsquo;isha abita la nostra citt&agrave; del terzo millennio. Il mondo corre con passo pi&ugrave; veloce di quanto riusciamo a comprenderlo. Tanti stranieri assommano le loro paure e i loro problemi a quelli che gi&agrave; abbiamo noi. &Egrave; umano che ne abbiamo le scatole piene, ma dentro il frullatore della globalizzazione dobbiamo imparare a vivere, cercando di commettere meno errori possibili. Cercando di capire che il nostro stile di vita cambia e che non &egrave; detto sar&agrave; migliore di quello che abbiamo conosciuto. Solo che il mondo non si ferma, anche se abbiamo chiesto di scendere.</p>
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