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Olimpiadi di Pechino, Olimpiadi in rosa per l’Italia
Stefania Collini è stata una delle organizzatrici dell’incontro tra Sefi Idem e il pubblico forlivese nell’ambito dell’iniziativa “Seminar Libri” tenuta alla Coop I Portici. In occasione dell’argento olimpico dell’eccezionale canoista ha scritto per noi questo articolo.
L’emozione stamane, nell’attesa della gara di Josefa- Sefi Idem, era davvero tanta, giro di sms alle amiche, appuntamento con Marilena ed i miei figli per seguire la gara di una donna che partecipa alla sua settima olimpiade per l’Italia , che dopo tanti anni non è luogo di adozione ma il suo Paese, dato che qui ha messo su famiglia (con Gugliemo Guerrini suo allenatore ed i suoi due figli).
Una partecipazione da leggenda e quei 4 millesimi di secondo che le hanno fatto vincere una medaglia d’argento che vale oro, nulla hanno tolto alla sua leggendaria impresa..
Brava Sefi, le donne di Forlì che ti hanno conosciuto personalmente, stamane erano tutte con te, hanno apprezzato quel tuo modo discreto di essere atleta superlativa, mamma che a fine gara trova nell’abbraccio dei figli la medaglia più bella della vita, quel tuo spiegar loro che nello sport è così, basta un soffio ed un alito a non vincere l’oro, che no, non ci sarà l’inno italiano che speravano di ascoltare, che è argento. Tutto spiegato con un sorriso, un grande luminoso sorriso e l’affermazione che lo sport è così, accettare sportivamente i risultati ed essere a posto con sé stessi e la propria coscienza.
Nessuno potrà permettersi di dire che è solo argento, per la tenuta di gara e per la tua storia di donna, mamma, atleta instancabile e dal grande coraggio e dai grandi principi, applicati nello sport come negli impegni anche politici e sociali di vita.
E da romagnola forlivese, un grazie alla Cassa dei Risparmi di Forlì che ha contribuito a finanziare
la preparazione atletica della Idem per questa partecipazione a Pechino, dato che non tutte le federazioni sportive hanno le stesse disponibilità economiche per sostenere gli atleti.
Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Sefi a Forlì nel marzo scorso: dalla passione per la canoa a quella per la narrativa: la campionessa mondiale Josefa Idem, fu protagonista, con il suo libro “Controcorrente”, al secondo appuntamento della rassegna letteraria “Verba volant”, venerdì 28 marzo 2008 alla galleria “I portici” di Forlì. Il ciclo di incontri – realizzato dal Forum delle donne e sostenuto da Coop Adriatica – era dedicato quest’anno a grandi donne dello sport, della ricerca, della cultura e della politica che hanno scelto di testimoniare attraverso la parola scritta la loro esperienza di vita e di lavoro. Che dire avevamo visto giusto, e pur essendo impegnata già allora in estenuanti allenamenti, Sefi trovò modo e tempo per partecipare al nostro incontro.
Chi era presente , ne uscì stregato dalla personalità forte, volitiva e dolce insieme , dalla sua libera espressione dei valori e dalle sua potenzialità di donna che poteva essere di tutte le donne. Non un filo di trucco, un eleganza e bellezza semplici e naturali, specchio dell’anima di una donna , esempio per tante e per tutte che raggiungere obiettivi, anche ambiziosi, si può fare.
Grazie Sefi per l’emozione di oggi, grazie anche per aver tenuto alto il valore ed il ruolo delle donne anche nello sport. E torniamo alle Olimpiadi: la partecipazione italiana anzi i risultati italiani sono stati caratterizzati da tante medaglie rosa ( il tipo di metallo del conio non conta) prestigiose, che ci rende orgogliose: le donne protagoniste e non epressione del cosiddetto sesso debole.
Azzardo ad esprimere una sensazione: i giochi sportivi ad altissimo livello di qualunque genere, non solo quelli più poveri, vedono sempre presenti, ora in modo esponenziale, persone di colore. Mi è capitato di pensare spesso che nelle società pur evolute e democratiche, mentre nella la vita di tutti giorni la condizione sociale delle etnie più deboli fosse sempre fortemente penalizzata e colpita da espressioni di forte razzismo , finalmente lo sport interveniva e metteva le cose a posto: lo fece Owen alle Olimpiadi di Berlino , lo hanno fatto altri atleti nella storia olimpica e non olimpica degli sports, anche pagando caro prezzo ( ricordate le premiazioni a pugno alzato del Black power). Ma poi dopo gli allori tutto restava come prima.
Ora i tempi e la mentalità si sono evolute al punto di vedere un nero americano candidato alla Casa Bianca.
E per le donne non è la stessa cosa? Dopo e oltre gli allori sportivi, quali spazi e ruoli nella nostra società ? Per ora un ritorno in Italia con medaglie in classe economica per le donne della scherma e invece, un ritorno in Italia senza medaglie, ma in business class per i calciatori. Ci sono tante cose da mettere a posto, al giusto posto in questa Italia, per favorire la pratica sportiva delle giovani generazioni, con pari dignità tra le varie discipline.
Grazie Sefi e grazie alle nostre atlete a Pechino, grazie al vostro impegno e ai vostri risultati; chissà che i tempi non evolvano completamente e che anche la società italiana sappia proporre e trarre tanti benefici dai diversi ruoli che le donne sanno e possono svolgere in ogni attività.
Forlì, 23 agosto 2008 Stefania Collini
Nessun commentoDiritto al cibo, diritto negato
Come anticipato sulle colonne della Società Cooperativa pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento di Massimo Brusaporci all’ultimo Human Rights Nights Festival. La foto, da Flickr, è di Justrollthedice.
Da alcuni mesi è tornato a farsi spazio sulle colonne dei quotidiani di tutto il mondo il grande tema del diritto al cibo. Per fattori climatici, demografici e di mercato i prezzi dei beni alimentari sono andati alle stelle, impoverendo le tasche delle popolazioni dell’emisfero nord, e depauperando le riserve già alquanto precarie di quelle dell’emisfero sud.
Nessun commentoCooperative rosse, la risposta di Pasolini
Pasolini, si è sentito un po’ nella fossa dei leoni?
No, affatto. Perché sono andato? Perché credo che bisogna smetterla di ragionare per "eliminiazione". Noi siamo un sistema economico e produttivo così ampio che non crediamo ci sia veramente qualcuno interessato ad eliminarci. E d’altro canto ci sono forze politiche che sono state anche forze di governo che non possono essere ignorate. Possono avere opinioni diverse su di noi ma sappiamo accettare le critiche.
Allora cominciamo con le critiche. E’ indubbio che tra i vertici cooperativi e quelli delle amministrazioni di centro sinistra ci sia un travaso continuo. Dirigenti di coop che diventano assessori, consiglieri, eccetera. Non è che poi si ha un occhio di favore per voi?
Le coop sono parte della storia di quel territorio. Alcune sono cresciute a tal punto da essere diventate realtà nazionali. Sarebbe ingenuo e anche non logico pensare che le amministrazioni locali possano ignorare queste realtà. Torino potrebbe non considerare la FIAT? E poi sulla "intercambiabilità" c’è da dire che nel nostro territorio ogni quattro cittadini uno è socio di una cooperativa e quindi è evidente che ognuno di loro può essere impegnato in politica o meno. E’ anche questione di numeri.
Sì, ma qualche occhio di riguardo c’è?
A livello regionale le cooperative detengono il 30% degli appalti di opere pubbliche. Se le amministrazioni rosse fossero nostre amiche vorrebbe dire che abbiamo amici scemi, perché almeno dovremmo avere una quota più alta. La verità è che le coop vincono le gare d’appalto per le competenze e le vincono sia con enti di destra che di sinistra.
E sulla concentrazione di Coop e Conad nella grande distribuzione che mi dice? Esselunga dice che nelle regioni rosse non c’è spazio per nessun altro.
Così come inLombardia c’è solo Esselunga. Caprotti (il patron di Esselunga che ha scritto un libro contro le coop, ndr) si lamenta del fatto che non ha il 70% del mercato anche da noi. Però vorrei fare un altro esempio: vicino a Forlì c’è il Bennet di Forlimpopoli che è un privato, stessa cosa per l’Iper di Savignano. Vuol dire che spazio ce n’è.
E sul regime fiscale agevolato?
Fatto cento i nostri utili noi paghiamo le tasse solo sul 30% perché il resto per noi è patrimonio indivisibile, vale a dire che possiamo solo riutilizzarlo per la coop e non distrbuirlo tra i soci. Questo nel privato non avviene, ma è anche vero che loro dispongono illimitatamente del loro patrimonio. E comunque il regime fiscale vigente lo ha formulato il governo Berlusconi e a noi sta pure bene.
Se le cose stanno così perché tante critiche alle coop?
C’è una parte politica che attraverso noi vuole colpire quelli che definisce Comunisti. Ma sbaglia. Il centro destra ha vinto e ha governato per 5 anni nonostante le coop e non è detto che non vinca ancora. Noi chiediamo solo che ci lascino vivere e che riconoscano le nostre capacità.
Da "La Voce di Forlì" del 31/10/2007
6 commentiAlcuni spunti dalla relazione di Pasolini all’assemblea 2007 di Legacoop
Appunti e sensazioni tirate giù velocemente. La relazione completa la trovate qui.
1) Non è che ci sia poi tanta differenza tra chi critica le cooperative da destra e chi le apprezza da sinistra: si parte sempre da un pregiudizio ideologico, dovuto alle origini storiche del movimento cooperativo. E alla fine, da tutte e due le parti, si guarda con sospetto alle cooperative che diventano "grandi".
2) Nel movimento cooperativo manca una cultura della comunicazione: i cooperatori non investono abbastanza per comunicare la loro distintività e il risultato è che pochi sanno quello che fanno. Quindi le polemiche tipo "Falce e Carrello" trovano un terreno fertile.
3) Le cooperative non si sentono più alternative al sistema capitalistico, ne hanno accettato le regole. Ma questo non toglie che sia ora più che mai necesario proporre un progetto che coniughi "l’eccellenza dell’impresa con l’eccellenza della società civile", per dirla con le parole di Vincenzo Bellavista. Crescere, insomma, non vuol dire cedere al liberismo più sfrenato.
4) Dopo la riforma del codice civile tutte le cooperative hanno liberamente scelto di non dividere i patrimoni e di renderli indisponibili, per preservarli per le future generazioni di soci. E’ una scelta politica, che può consentire di trasformare il potere economico di questi patrimoni in valore sociale. Ma serve una società che sia pronta a riceverlo.
Nessun commentoIl clima anticooperativo di Marino
Mi segnalano questo articolo su Vita, dedicato all’intervento del presidente nazionale di Confcooperative, Luigi Marino, al convegno di Siena "I valori e le regole".
Marino dice essenzialmente tre cose:
1) Il movimento cooperativo è sotto attacco
2) La responsabilità è di chi non è autonomo rispetto alla politica
3) Ma soprattutto la responsabilità è di chi fa il furbo e non rispetta le "buone prassi" cooperative
E voi cosa ne pensate?
Nessun commento“Verso territori socialmente responsabili”: dalla CILS una proposta operativa
Dal 1974, a Cesena, si è sviluppato un modello di cooperazione sociale moderno, efficiente, competitivo, ben organizzato e strutturato, in grado di competere sul mercato, nel non facile equilibrio fra il perseguimento degli scopi sociali, la quadratura dei bilanci, e l’offerta di servizi di qualità a prezzi contenuti.
Nelle cooperative sociali di tipo b) operanti nel territorio di Cesena, risultano occupati 260 lavoratori svantaggiati, molti dei quali esclusi dal collocamento ordinario. Se a questi si aggiungono i lavoratori normodotati, risulta immediata la rilevanza sociale ed economica dell’economia civile nella nostra città.
Cesena può essere additata a livello nazionale come un modello concreto di attuazione di politiche di riforme del welfar. Infatti da oltre trent’anni è attivo un laboratorio di ricerca e di collaborazione fra Comuni, Provincia, ASL, HERA, ATR per l’integrazione di persone con scarse autonomie lavorative.
Questo patrimonio di solidarietà e di impresa necessita di essere tutelato ed ulteriormente sviluppato per il miglioramento della qualità della vita nella nostra città , riguardo la coesione e l’integrazione sociale.
Nel perseguimento degli scopi sociali di integrare nel lavoro soci svantaggiati, con disabilità complesse, con disagio psichiatrico, o con storie di disagio sociale legato alla tossicodipendenza. la cooperazione di tipo b) si è evoluta alla soddisfazione di bisogni collettivi, diventando un partner importante degli Enti Locali ed integrandosi pienamente nelle politiche sociali di questi ultimi.
Per andare verso “territori socialmente responsabili”, tema di un convegno nell’ambito di “Cesena, città che cammina”, è necessario attuare una moderna forma di sussidiarietà, che parta dai bisogni della cooperazione sociale, per trovare nuove opportunità di inclusione lavorativa, anche attraverso modelli innovativi di collaborazione, coinvolgendo Enti Locali, imprese, Università, sindacati e cooperazione sociale.
E’, pertanto, necessario un tavolo di confronto fra profit e no profit per individuare collaborazioni oggi facilitate anche dalla cultura di responsabilità sociale d’impresa e dall’Art. 22 Legge Regionale n° 17/2005 (legge Bastico), che ha regolamentato l’art. 14 della Legge Biagi.
Già da molti anni le imprese Mareco Luce , Romagna Plastic e la Cassa di Risparmio di Cesena hanno attuato scelte di responsabilità sociale affidando importanti commesse di lavoro alla CILS, che hanno prodotto l’inserimento di sedici persone con disabilità complessa.
L’Art. 22 della legge Bastico prevede che un’impresa possa assolvere parzialmente all’obbligo di assunzione di invalidi, previsto dalla L. 68, affidando commesse di lavoro a cooperative sociali.
La CILS, tre mesi fa, ha stipulato la prima convenzione provinciale con la ditta AUTOPRONTI, concessionaria Mercedes di Cesena, che, a fronte dell’appalto dei servizi di lavaggio delle auto e di pulizia degli uffici, ha comportato l’assunzione, da parte della cooperativa, di tre lavoratori disabili. Attualmente sta per essere stipulata un’analoga convenzione con il gruppo UNIBANCA per il servizio di contazione delle monete.
Alla luce del tema della responsabilità sociale territoriale, la legge Bastico deve essere interpretata non solo come una mera possibilità di sgravio dagli obblighi di assunzione previsti dalla L.68, ma come uno strumento concreto per favorire relazioni di partnership positive sul territorio.
La cooperazione sociale è ormai matura per affrontare collaborazioni innovative con il mondo imprenditoriale profit. Cito un esempio che la CILS ha attuato alcuni anni fa, sottoscrivendo una quota del capitale sociale del Consorzio C.C.C. che sta costruendo in project finansing il nuovo cimitero di Cesena. Da una parte due imprese di costruzione che attuano la loro mission nella realizzazione dell’opera e dall’altra una cooperativa sociale che attuerà la propria mission nella gestione di tutti i servizi cimiteriali per i prossimi ventitre anni.
In occasione del convegno ho proposto all’Amministrazione Comunale di istituire un tavolo permanente per l’attuazione di un sistema territoriale socialmente responsabile, aperto a rappresentanti degli Enti Pubblici, delle imprese, dell’Università, dei sindacati, della cooperazione sociale.
Poiché quest’anno ricorre il quarantesimo della morte di Don Milani, propongo che questo tavolo di lavoro sia denominato con il termine “ I CARE”, per significare il suo scopo di individuare le modalità più adeguate di partnership territoriali di sviluppo socio economico e di diffusione di buone prassi, nell’ambizioso obiettivo di coniugare crescita, sviluppo, integrazione, sostenibilità e partecipazione.
“ I CARE”, cioè mi interesso, mi importa di te che non hai pari opportunità per competere con gli altri; mi importa di te che rischi l’esclusione sociale a causa di pregiudizi o di barriere culturali; mi importa della tua famiglia che, come te, vive l’emarginazione della tua diversità; mi importa di te, perché la qualità della vita delle nostre città è un bene primario da perseguire nonostante la carenza di adeguate risorse; mi importa di te, perché avvenga nel mondo del lavoro la stessa rivoluzione culturale che si è verificata nella scuola grazie all’integrazione delle persone con disabilità; mi importa di te, perché tu possa essere una risorsa e non un peso per la collettività; mi importa di te, anche se l’avanzare degli anni ha ridotto o compromesso le tue autonomie lavorative, per trovare nuove forme di sostegno o di integrazione adeguate a te oggi.
Giuliano Galassi (presidente cooperativa sociale CILS)
Nessun commentoCosa chiedono le coop al Partito Democratico (2) Idrotermica Coop
Intendo esprimere alcune riflessioni che riguardano le cooperative e inevitabilmente riguardano anche la politica.
Perché anche la politica deve misurarsi con lo sviluppo economico, l’innovazione, la ricerca e la crescita di competitività di questo paese.
Mi chiamo Catia Ridolfi, e sono la presidente di Idrotermica Coop.
Ci occupiamo di impiantistica, soprattutto di impiantistica ospedaliera, ma non solo.
In questi anni siamo stati partner di opere di eccellenza a livello nazionale. Opere che sono diventate esempi di “buona sanità”.
Alcune le abbiamo fatte qui, nella nostra città, insieme alle altre cooperative di Legacoop: il nuovo Istituto Tumori di Meldola, ad esempio, è una realtà che ci rende fieri.
Quando i soci di una cooperativa realizzano un’opera così a casa loro, credetemi, la cosa ti tocca a livello personale.
Ma arriviamo al punto: cosa ci aspettiamo da questo soggetto politico nuovo?
Rispondo come cittadina, oltre che come imprenditrice, perché i due elementi non possono essere divisi. Anche se ogni tanto, a qualcuno, fa comodo pensare il contrario.
Ci aspettiamo, prima di tutto, che il Partito Democratico continui a tutelare i valori in cui crediamo: la solidarietà, la ricerca del merito, la promozione delle nuove generazioni.
Ci aspettiamo che si torni a dialogare con la gente. Con i cittadini: che devono sentirsi partecipi, devono tornare a crederci.
Poi ci sono alcune questioni specifiche che mi toccano da vicino, e credo sia giusto considerare.
La prima: oggi quando ti presenti a un appalto pubblico tutto quello che hai fatto fino a quel momento non conta. Noi ci troviamo di fronte a gare in cui partecipano anche trecento imprese, e alcune di queste sono scatole vuote, non hanno nemmeno un dipendente. E il peggio è che poi i lavori vengono male, ci sono cose lasciate incompiute o che si trascinano per anni. E a pagare alla fine non sono le imprese: è il cittadino. E quindi tutti noi.
La seconda: per qualcuno le cooperative non sono imprese.
Io assicuro a tutti che quando si compete sul mercato non conta se sei una cooperativa o una società per azioni. Conta se sei in grado di portare a termine i lavori e quello che sei capace di fare. Però allo stesso tempo è vero che le cooperative sono imprese diverse sotto molti aspetti. Non migliori, diverse, perché agiscono senza fine di lucro.
Reinvestiamo gli utili puntando sulle persone, sulla capacità di crescita professionale, sulla sicurezza, sugli aggiornamenti e sulla formazione.
Quando il socio se ne va, per qualsiasi motivo, non si porta a casa nulla: rimane tutto in cooperativa, perché i giovani possano aggiornarsi, rinnovarsi, costruire. Credo sia giusto riconoscerlo, checché ne pensi il signor Caprotti di Esselunga.
A proposito: noi abbiamo in misura minore delle altre imprese il problema di sapere come andrà avanti l’azienda dopo di noi, perché ci poniamo sempre l’obiettivo di far crescere i giovani in anticipo e con i tempi dovuti.
E qui vengo a un altro punto: l’innovazione e la ricerca. Si fa in cooperativa, credo si possa fare anche in politica. Servono facce nuove, esperienze nuove, altrimenti questo vento di antipolitica è destinato a travolgere tutto e tutti. Sento molta stanchezza in giro, e poca voglia di investire nel futuro.
Chiudo parlando di donne. Lo voglio dire, anche se so che a qualcuno non piacerà: le quote rosa non sono la soluzione. La soluzione è riconoscere il merito.
Abbiate il coraggio di assegnare i posti che contano a chi lo merita veramente, e vedrete che le donne non saranno solo la metà. Saranno molte di più.
Nessun commentoCosa chiedono le coop al Partito Democratico (1) Formula Servizi
Formula servizi è una cooperativa con 1.700 soci e dipendenti. Lavoriamo su sei regioni italiane. I nostri piani di sviluppo prevendono che entro un triennio la nostra cooperativa passerà a 2.500 addetti. Abbiamo fatto molte sperimentazioni sui modelli organizzativi. Job sharing e nuclei di auto-organizzazione del lavoro, part-time personalizzato a oltre 800 donne, telelavoro con dipendenti mamme nei primi due anni di vita dei bambini. Siamo riusciti a passare da un turn over della forza lavoro del 36% al 9% di oggi. Abbiamo alleggerito il carico di fatica di un lavoro tradizionalmente duro e in orari complicati, facendo pulizie senz’acqua negli ospedali. Quindi risultati molto interessanti.
Finche eravamo tutti soci era molto più facile. Oggi però registriamo una situazione di disagio e di forte incertezza su tre questioni sostanziali.
1)Tutti noi sappiamo che le organizzazioni, dalle più semplici alle più complesse, hanno bisogno di regole condivise, ma regole certe. Per noi sono la legislazione del lavoro, tra cui lo Statuto dei Lavoratori e l’art.18, che va difeso, e i contratti di lavoro. Da diversi anni, però, l’interpretazione che le sentenze dei tribunali italiani danno alla materia del lavoro crea grande confusione e incertezza nei modelli organizzativi e ha come cardine la deresponsabilizzazione. Tutti i sistemi imprenditoriali si basano sull’uso delle deleghe, i più evoluti fino alla partecipazione nei gruppi di lavoro al livello più basso. Non c’è mai una sentenza che tenga conto delle responsabilità condivise in liti tra lavoratori, tra lavoratori e datori di lavoro. La mancanza di responsabilità crea problemi alle aziende.
Noi riteniamo che le imprese che non rispettano la sicurezza nei luoghi di lavoro debbano essere pesantemente sanzionate. Ma non c’è una sentenza che a fronte di una correttezza formale e sostanziale dell’azienda sulla sicurezza verifichi le responsabilità del singolo lavoratore rispetto alle disposizioni dell’azienda. La legge prevede sanzioni per i lavoratori ma non sono mai applicate: questo porta ad una deresponsabilizzazione sostanziale.
2) Il secondo punto di sofferenza è rappresentato dalle percentuali di malattia, che come sapete stanno aumentando in Italia come in tutta Europa. Mi chiedo: potrà tenere il modello di Welfare europeo e italiano a cui noi teniamo tanto e che vogliamo difendere? Non è il caso di introdurre correttivi al numero degli eventi annui, considerando che due eventi di malattia in un anno si possono iscrivere nella normalità, mentre sei-sette eventi cominciano ad essere molto problematici per un’azienda?
Se un’azienda come la nostra ha nei mesi invernali punte fino al 15% di morbilità in alcuni luoghi come ospedali o case di riposo, come possiamo garantire i servizi pubblici?
Il contratto nazionale e il relativo costo del lavoro contemplano un assentesimo medio del 4,5% annuo, ma la realtà è ben diversa.
Sicuramente vanno ripensate metodologie di controllo diverse da quelle attuali, diversamente sarà anche questo un aggravio per aziende, debito pubblico e produttività del sistema Italia, che ha già un numero basso di giornate lavorative rispetto agli altri paesi europei.
3) Il terzo punto di sofferenza: ci ritroviamo in azienda, su 1.800 dipendenti, 130 lavoratori con forti limitazioni prescritte dai medici competenti. Se a questi aggiungiamo gli obblighi della legge 68 noi abbiamo difficoltà concrete con circa 160 persone. Il nostro lavoro è fatto in gran parte di pulizie, non sappiamo cosa fargli fare: qualcuno non può piegarsi, qualcun altro ha problemi ai polsi, altri problemi cardiaci e non possono portare pesi. Insomma: gli altri lavoratori si devono sobbarcare anche la loro inabilità. Bisognerà trovare un sistema di decontribuzione che aiuti le aziende a mantenere occupati questi lavoratori.
Noi crediamo che se non si pongono dei rimedi a questi temi rischiamo inevitabilmente di accrescere lo scontro nei luoghi di lavoro, prima tra lavoratori e poi tra lavoro e imprese, ed accrescere i costi al Sistema Italia, alla sua produttività e alla sua capacità competitiva sul mercato internazionale.
Per finire: i pagamenti della Pubblica Amministrazione. Anche su questo tema dobbiamo trovare una soluzione! Essere pagati dopo due anni dagli Enti e nel frattempo aver pagato stipendi, fornitori, INPS etc. non è più possibile. Dobbiamo trovare il modo di compensare con l’IVA, le tassi, il ricavo che le aziende devono avere. Non si può chiedere innovazione, competitività, investimenti, quando come nel nostro caso venti milioni di euro su quaranta che costituiscono il nostro fatturato sono bloccati e non disponibili per anni.
Graziano Rinaldini
Direttore Formula Servizi
Cosa chiedono le coop al Partito Democratico
Venerdì 28 settembre, alla Sala Zambelli della Camera di Commercio di Forlì, il mondo imprenditoriale ed economico di Forlì ha incontrato Innocenzo Cipolletta, presidente delle Ferrovie dello Stato e già direttore generale di Confindustria. Cipolletta ha illustrato idee e proposte per la definizione della strategia politico-economica del nuovo partito democratico italiano e ha ascoltato le proposte e i suggerimenti degli imprenditori presenti.
Tra questi anche Catia Ridolfi (presidente di Idrotermica Coop) e Graziano Rinaldini (direttore di Formula Servizi). Di seguito pubblichiamo le loro relazioni, cominciando da quella di Rinaldini.
Nessun commentoAnche il teatro locale è un’industria
Il settore della cultura, anche nei piccoli centri urbani, mostra una complessità e un dinamismo che in periodi passati erano riscontrabili solo nei “luoghi sacri”, storicamente deputati alla produzione artistica. Così risulta sempre più evidente che la qualità nel “prodotto teatrale” è diventata una condizione imprescindibile per chiunque e ovunque voglia fare parte di un mondo dove, con una battuta: «non si improvvisa!».
È piuttosto evidente che il prodotto teatrale risponde alle stesse logiche di qualunque prodotto industriale. Tuttavia, mentre il prodotto industriale ha forma tridimensionale, è fisico, parla al cervello, quello teatrale, che è “fatto di senso”, è immateriale e parla prima di tutto al cuore. Per questo ai più sfugge la complessità del processo produttivo, che risponde alle stesse leggi (economiche) del processo industriale: ideazione, professionalità e competenza artistica (la materia prima e il savoir-faire); struttura organizzativa (elemento portante di tutto il processo produttivo); marketing e comunicazione.
Realtà strutturate come Accademia Perduta, che hanno il pregio di essere ben inserite nel contesto produttivo artistico italiano, che creano e producono, oltre che acquistare e vendere, danno prospettiva al settore, e al settore nel piccolo territorio di provincia. Con i requisiti di cui sopra, e solo in quel modo è possibile agganciare la rete nazionale, rappresentandone un nodo di eccellenza. Quella della rete, che forse non è l’immagine più calzante per questo settore produttivo, può aiutarci a visualizzare il concetto di presenza attiva e diffusa di eccellenze nazionali capaci di mettere in circuito prodotti (gli spettacoli) di pari livello.
Forlì non è rimasta al di fuori delle dinamiche sommariamente qui descritte. Anzi, forse proprio grazie alla sua storica scarsa popolarità all’interno di questo mondo, il recente proliferare di esperienze, anche amatoriali (la presenza di una nutrita popolazione universitaria ha certamente contribuito), ha fatto si che tutta una serie di dinamiche presentino un carattere di novità. Novità che sembrano avere un futuro. Novità capaci di dare risultati. Molti li stiamo già raccogliendo (vedi i Musei del San Domenico), molti altri mi auguro possano essere costruiti con intelligenza (pianificati, strutturati, sostenuti) in modo da mantenere le produzioni ai livelli di cui le realtà più strutturate del nostro territorio sono capaci.
Massimo Brusaporci
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