Entries Tagged 'Gabriele Papi – Bocconi avvelenati' ↓

Mio capitano bagnati anche tu

“Al manini gli è arrivé, dall’inveran a sem scapè”

“Le manine sono arrivate, dall’inverno siam scappati”: è il detto romagnolo che apre (ricordate?) quel gran filn che è “Amarcord”, di Federico Fellini. In molti, per buona tradizione romagnola, volevano prendere le “manine”, cioè i semi piumati del cardo selvatico e di altre piante consimili. Una manina acchiappata significava buona fortuna. Inoltre, sempre secondo tradizione, una “manina” poteva anche essere posta vicina all’orecchio per ascoltare i suoi sussurri, provocati dal vento, e trarne consigli e presagi. Chissà, può valere anche oggi. Ad esempio, si può provare con le “manine” al posto degli “exit poll”, visto che siamo appena  usciti da una turbinosa campagna elettorale. Inoltre, bonariamente volendo, anche i nostri dirigenti politici potrebbero utilizzare le “manine” (nel senso dei semi piumati), in modo figurato- s’intende – per capire il vento dell’opinione pubblica. Forse sarebbe bene rispolverare un piccolo-grande libro: “I ragazzi della Via Paal”, di Ferenc Molnar. Ricordate la trama di quel libro (di più che un libro per ragazzi)? Nella banda dei ragazzi della via Paal tutti erano capitani ed ufficiali: c’era solo un soldato semplice, Ernesto Nemecseck. E sarà proprio questo soldatino a salvare le sorti della sua banda di giovani amici, facendone di tutti i colori e buscandosi persino una poi fatale polmonite per bagni più o meno forzati, fuori stagione. Piccola morale: a forza di essere tutti “capitani” il rischio di diventare autoreferenziali c’è, ed è grosso. Né sempre si può contare sullo spirito di sacrificio dei Nemecseck di turno. 

Perché oggi, probabilmente, il bravo Nemecsek direbbe: “perché sempre io devo nascondermi nell’acqua gelata della fontana dell’Orto Botanico per sfuggire all’inseguimento delle “Camice Rosse” di Feri Ats? Una volta tanto, cari amici capitani, qualche sacrificio fatelo un po’ anche voi”. Così è, se vi pare. 

Non è mai la solita pizza

Ognuno di noi va volentieri, con gli amici, a mangiarsi una buona pizza. Provate, se volete, a pensarci su. Perché è davvero straordinaria la storia della “pizza” che nell’arco del Novecento, da cibo tutto locale-italiano, diventa poi specialità apprezzata in tutto il mondo. Fu grande marketing internazionale? Niente affatto, almeno all’inizio. La pizza rappresenta il made in Italy prima del made in Italy: portata cioè fuori dai confini d’Italia da milioni di emigranti italiani dapprima come segno d’identità gastronomica e subito dopo proposta con gran successo in tutto il mondo. Quello della “pizza” fu fenomeno spontaneo, di creatività popolare, ben diverso, ad esempio, dal successivo progetto industriale costituito dalla “Coca Cola”. Non ci fu nessun “imperialismo” nell’avanzata della “pizza”. Fu solo un modo di sentirsi italiani e di proporre cibi nostrani, che piacquero perché simili ad altre buone cose da mangiare, comuni ad ogni popolo, elaborate della sapienza popolare grazie ad ingredienti semplici, non costosi, però propizi ad un nutrimento gustoso. Per gli stessi motivi sopra elencati, non dobbiamo stupirci che ci siano oggi, nelle nostre città, negozi di “kebab” e di altri prodotti di comunità emigrate da noi. Prima di avere la “puzza sotto il naso”, riflettiamoci un po’, pensando a quei negozi come proposta di assaggio interculturale. Poi, quelle loro specialità, ci potranno piacere o meno. Ma questo è un altro discorso. Guai però a dimenticarsi dello stupore che destarono le prime pizzerie italiane, in America o in Europa, in tempi non troppo lontani… (il lettore che volesse saperne di più, al riguardo, può consultare il buon libro: “La pasta e la pizza”, di Franco La Cecla, Società Editrice “Il Mulino”, 1998). E infine, venendo alla nostra attualità, è facile pensare che l’odierna “politica” sia la solita “pizza”.  Però, in questo caso, val sempre la pena verificare gli ingredienti ed anche la qualità dei “pizzaioli”. Anche Gesù, dicono, ha moltiplicato pani e pesci: ma non risulta che avesse forni, né pescherie. Vedete voi.   

Gabriele Papi

Le civette della politica

La caccia, essendo una pratica antica, diffusa, tradizionale, ha dato vita anche a linguaggi che sono entrati nel linguaggio comune come emblematici modi di dire, spesso assunti anche dalla politica e dal giornalismo. Ad esempio viene definita «civetta», in gergo giornalistico, la locandina dei giornali, davanti alle edicole, che «spara» i titoli più intriganti. E l’uso della civetta, quella vera (oggi è vietata) è stata per secoli un modo per attrarre certi migratori, prima a tiro di rete, poi a tiro di fucile. Nella tecnica venatoria capitano faccende che si possono trasportare anche alla percezione delle proposte elettorali da parte dei cittadini.

Certe tecniche d’inganno venatorio (detti anche «giochi» per la presenza di zimbelli, stampi ed altri marchingegni) funzionano solo con gli uccelli di «passo», inesperti dei nuovi luoghi e non ancora smaliziati. I selvatici, ed anche gli uccelli, sono infatti molto più «intelligenti» di quanto si possa pensare. Ad esempio: pensiamo agli storni, croce e delizia dei cacciatori romagnoli. Gli storni che hanno fatto il nido da noi, i cosiddetti «pasturoni», crederanno una volta soltanto agli ingegnosi «giochi» predisposti per loro: buscate le prime fucilate il branco se ne ricorderà benissimo. E nei giorni successivi, se sorvolerà l’appostamento di caccia, si porterà in quota di sicurezza, ad altezze da «contraerea». Forse anche ai cittadini elettori capita così: si può anche credere, talvolta, a lusinghe e «giochi» ingannevoli. Poi ci si smalizia e si viaggia verso siti ragionevolmente sicuri. Stiamo a vedere.

Gabriele Papi

Cartucce e cartuccine

Ogni buon cacciatore sa che le cartucce vanno sempre commisurate al proprio fucile. Sparare “cartuccioni corazzati” in un’arma inidonea provoca guai seri: rottura del fucile, canne deformate ed anche peggio. Ad esempio, la possente sparatoria nel mucchio (cosa che un buon cacciatore mai farebbe) di Beppe Grillo, come avrete già capito, non ci è piaciuta.

Meglio, molto meglio le “cartuccine” di Daniele Luttazzi (comico corrosivo e raffinato). Secondo noi, Luttazzi parla alla testa, Grillo alla pancia.
Tornando alle storie italiane, ogni tanto sembra che ci dimentichiamo che il fascismo è nato, nel nostro Paese, dal socialismo massimalista, qual era il nostro conterraneo Benito Mussolini nella sua prima ora politica.
Riprendendo il nostro paragone “cacciatoresco” anche Benito Mussolini, aveva a casa, da buon romagnolo, una bella doppietta. Ed una volta divenuto Capo del Governo si fece vedere anche lui nei campi di “tiro al piccione”, allora molto in auge. Tuttavia “e tìston”(il testone, come lo chiamavano a Predappio) smise presto tale pratica.

Secondo le fedeli memorie del suo autista, Benito, come cacciatore e tiratore, non ci prendeva proprio.  Era molto nervoso e, abituato com’era tirare nel mucchio, sul tiro mirato andava in confusione, prendendosela poi con l’incolpevole fucile: portavoce, in ciò, di quella certa pancia italica per la quale la colpa è sempre di qualcun altro o qualcos’altro.

Dalla parte dei sardoni

 

Arriva ormai l’autunno, tempo di caccia, di pesca e di fibrillazioni politiche. A proposito: nelle scorse settimane abbiamo letto, curiosi, dell’esordio in politica nazionale d’una nuova stella, o stellina (ancora non è dato di sapere) del centro destra, la giovane e bella Michela Brambilla, imprenditrice del nord che, raccontano le cronache, ama vivere tra cani e gatti ed altre simpatiche bestiole.

La patente da “animalista” (che è cosa diversa dall’ambientalismo) sembra ormai un requisito di rilievo- anche per una certa sinistra radicalc-chic, se è per questo- per chi pratica aspirazioni di carriera politica. Apprendiamo poi che l’imprenditrice in questione gestisce un’azienda ittica che distribuisce buoni gamberetti e salmoni.

Ed ecco allora spuntare (a prescindere, come diceva Totò, dalla Brambilla) una contraddizione della mentalità corrente della nostra società  nel suo rapporto con gli animali. C’è gente che si indigna e si mobilita contro la caccia a tordi e beccacce. Cefali, sgombri e sardoncini vengono invece ignorati, anzi preferiti a “scottadito”: i pesci hanno meno “appeal” rispetto agli uccelli. Ragion per cui i cacciatori sono considerati barbari invasori, i pescatori sportivi no. Una faccenda curiosa, dal punto di vista della logica e della coerenza. Sono diverse le chiavi lettura di questo fenomeno. Eccone una: sardoni, triglie e sgombri emozionano meno rispetto a codoni (tipo di anatre) e passere d’Italia (il nome autentico dei nostri passerotti&passerotte). Quindi non fanno notizia. E oggi dove vai se la notizia non la fai?

A proposito di fotonotizie. I fotoreporter romagnoli sono alla ricerca, come segugi da caccia, di una foto della Brambilla di anni non lontani nella nostra Romagna. Corre voce, infatti, che il personaggio in questione, da ragazza ed in virtù della sua avvenenza abbia giustamente partecipato ad uno dei numerosi concorsi che ogni estate fioriscono sulla nostra riviera. Ed una eventuale foto di MVB in versione Miss Romagna, magari con costumino da bagno succinto e doverosamente sgambato, potrebbe spuntare discrete quotazioni sul mercato delle foto per i “magazine” e dei periodici rosa- shocking. Stiamo a vedere…

Quando il mulo era bipartisan

Se Garibaldi, di cui quest’anno ricorre il bicentenario, tornasse a nascere, che penserebbe? Certo sarebbe perplesso nel vedere che in Italia la prassi “Libera Chiesa in Libero Stato”, prospettata da Cavour, non sia ancora pienamente compiuta. Sappiamo che nel “buen retiro”di Caprera Garibaldi aveva anche un asinello affettuosamente chiamato Pio IX, il pontefice che illuse i patrioti del Risorgimento.

Va detto peraltro che l’intrepido Garibaldi fu salvato, nel 1849, proprio in Romagna, da un prete coraggioso, Don Giovanni Verità, di Modigliana, ed è lecito ritenere che il nomignolo dato all’asinello sia un contraccolpo di quella rocambolesca trafila
romagnola.

Nell’agosto del 1849, caduta la Repubblica Romana (ma era solo il primo round delle guerre per l’indipendenza d’Italia), Garibaldi ed i suoi garibaldini cercavano di raggiungere Venezia che ancora si batteva contro lo straniero: ma avevano gli Austriaci alle calcagna. Garibaldi si salverà per un soffio e deve la sua salvezza alla trafila dei patrioti romagnoli e soprattutto di Don Verità che, approfittando della sua passione per la caccia, con la doppietta a tracolla, prelevava Garibaldi, lo nascondeva per fargli poi valicare l’Appennino verso il Tirreno, passando per scoscese mulattiere.

Nell’occasione, il prete garibaldino aveva assoldato un carrettiere che aveva un mulo chiamato Garibaldi. L’Eroe dei Due Mondi, sentendosi chiamare per nome (ma il richiamo era rivolto al mulo) fu sul punto di tradirsi, ma tutto poi andò bene.

Gabriele Papi