Archivio per la 'Fabio Gavelli – Globale e solidale' Categoria
Fonti rinnovabili per le coop sociali
Il modello cooperativo può essere applicato con successo anche nel campo delle energie da fonti rinnovabili. Un’esperienza del genere è in corso in Piemonte, dove un gruppo di cittadini si è messo insieme con lo scopo di finanziare un impianto fotovoltaico di piccole dimensioni (15 kw di potenza) che sarà installato nella cooperativa sociale Corim, che ricicla materie plastiche. Sotto lo slogan «Adotta un chilowatt di energia pulita» l’8 settembre è nata l’associazione «Solare collettivo» (www.solarecollettivo.it) che ha l’obiettivo di promuovere la realizzazione di centrali solari con la partecipazione diretta dei cittadini.
Chi intende associarsi deve far parte della cooperativa Proteo in qualità di socio sovventore (la quota minima è di 500 euro). L’ammortamento è ventennale e in questo periodo di tempo si riceverà una rivalutazione annuale del 5%, che sarà consentita grazie agli introiti del conto energia.
L’energia autoprodotta in eccesso rispetto al fabbisogno può infatti essere ceduta all’Enel o a un altro gestore alle tariffe stabilite dall’Autorità per l’energia elettrica e il gas. Al termine dei vent’anni, al socio sarà restituito anche il capitale investito. Da gennaio, in virtù dell’impianto fotovoltaico, la cooperativa sociale Corim pagherà una bolletta più bassa. Il costo della centrale sfiora i 100 mila euro e il traguardo non è lontano.
Fra i cittadini sono già stati raccolti 64 mila euro e altri 15 mila li investe la stessa Corim. Dopo 3 anni chi vuole recedere sarà liquidato. Il caso piemontese dimostra che si sta lentamente diffondendo la consapevolezza che la costruzione di piccoli impianti alimentati con fonti rinnovabili siano una risposta concreta e sostenibile ai problemi di carenza energetica. Non inquinano e risultano vantaggiosi dal punto di vista economico.
4 commentiDire di no, con il “Made in No”
A sentire molti economisti, pare che gli effetti collaterali della globalizzazione siano inevitabili. Fabbriche che chiudono in Europa e negli Usa, precariato di massa, intenso sfruttamento umano nei Paesi emergenti dove l’inquinamento marcia a livelli simili all’Inghilterra dell’Ottocento: tutto giustificato dall’ideologia del Mercato. In realtà esistono miriadi di iniziative imprenditoriali che funzionano senza il bisogno di approfittare dei lavoratori che non hanno alternative.
Una di queste è il progetto Made in No (www.made-in-no.com), che ha lanciato di recente una collezione di maglieria, abbigliamento intimo e pigiami ecologici e solidali. ‘No’ è la sigla di Novara, dove tutto è nato, facendo leva su un gruppo di artigiani del tessile e di piccole sartorie che il commercio globale ha messo in crisi. L’idea è di acquistare materie prime dai Paesi poveri (il cotone proviene da Justa Trama, una rete di 700 famiglie di produttori brasiliani) e di effettuare il confezionamento in Piemonte. Riconoscendo ai produttori un compenso decoroso, ma controllando anche con scrupolo tutti i passaggi della filiera.Il progetto coinvolge anche un ente di formazione, un’associazione non profit, un’azienda di certificazione, un network di esperti in economie solidale e l’assessorato alle politiche per lo sviluppo della Provincia di Novara.
Partendo dal motto «Ogni punto un pensiero», chi è impegnato nella fattura di magliette e pigiami promuove una forma di collaborazione sostenibile fra Nord e Sud del mondo e punta sulla creatività e la cura alle tecniche di lavorazione.
L’alleanza fra i saperi dei coltivatori brasiliani e la tradizionale laboriosità e inventiva degli artigiani piemontesi ha dato risultati importanti. La prima collezione è stata letteralmente ‘bruciata’ dai consumatori e l’intimo ‘Made in No’ ormai è un marchio in via di affermazione. La trama della solidarietà si mostra più forte delle incertezze del mercato.
1 commentoItalia prima, per una volta
Il commercio equo e solidale può riuscire dove sono fallite la bicamerale e altri tentativi di approvare norme col concorso di maggioranza e opposizione? È presto per dirlo, ma le premesse ci sono.
L’11 luglio scorso è stato presentato un disegno di legge bipartisan, firmato da 39 senatori e 80 deputati di opposti schieramenti, dal titolo «Disposizioni per la promozione del commercio equo e solidale». Se il decreto si trasformerà in legge, l’Italia una volta tanto arriverebbe prima in Europa, almeno su questo tema. Ora che il movimento ha un giro d’affari superiore ai 100 milioni di euro, prodotto da 112 organizzazioni, i tempi sono maturi perché regole trasparenti ma codificate scoraggino l’arrivo degli ‘equofurbi’ che potrebbero beneficiare di una credibilità conquistata negli anni con molta fatica e serietà da parte di operatori e volontari.
Non solo, ma il ddl propone anche il sostegno finanziario del commercio equo, che una recente ricerca delle Università Cattolica e Bicocca di Milano promuove anche sotto il profilo squisitamente economico e finanziario. I deputati e senatori firmatari hanno convenuto che leorganizzazioni che adempiono ai requisiti fissati potranno essere iscritte a un Albo nazionale, gestito da un’Autorità istituita presso il ministero delle attività produttive.
Gli associati potranno attingere a finanziamenti pubblici per iniziative culturali e di formazione e per avviare le botteghe del mondo (ormai 500 in tutta Italia). Fondi in vista anche per le scuole che intendono inserire nelle loro mense i prodotti equosolidali — molti istituti di Forlì e Cesena l’hanno già fatto — e che vogliono tenere corsi sull’argomento. Finora varie regioni italiane avevano approvato leggi sul commercio equo, ma una norma nazionale darebbe un ulteriore impulso a uno dei pochi settori in costante crescita negli ultimi anni. Purché alle buone intenzioni dei parlamentari seguano i fatti.
Nessun commento