Archivio per la 'Emanuele Chesi – Comunicazioni di servizio' Categoria
Quanto livore verso i giornalisti
Confesso: sono un autolesionista. Frequento abitualmente alcuni blog (per chi ancora non lo sapesse: quei posti su internet dove uno dice qualcosa e gli altri commentano litigando tra di loro) che trattano problemi legati al mondo dei mass media e dell’informazione.
Sono tutti accomunati da un livore verso i giornalisti che se per un verso mi infastidisce, per un altro mi fa pensare che non sia del tutto infondato.
Recentemente mi ha colpito la discussione (per la verità non troppo originale) sul giornalismo estivo, cioé sul presunto vizio dei media di infarcire i quotidiani ferragostani di discussioni oziose su argomenti di scarso spessore, vista la carenza di notizie ‘vere’. Quest’anno: il presunto Partito della libertà e il ruolo di Michela Brambilla (e le sue mitiche calze autoreggenti).
L’errore di prospettiva, a mio modesto avviso, è grave. La ristrutturazione dei partiti politici (a destra come a sinistra) è in moto e le questioni di ‘marchio’ non sono affatto secondarie.
Allo stesso modo non è vero che l’estate è stata avara di notizie ‘vere’: dalla crisi della politica militare ameicana in Iraq al rogo delle coste mediterranee. E perché no, il delitto di Garlasco con la telenovela dei Ris dei carabinieri, delle gemelle Cappa e dell’immancabile Corona. Non sono mancate la notizie, sono mancati i giornalisti capaci di affrontare la vicenda come specchio della società italiana, andando al di là di reperti organici, impronte ematiche e alibi.
Nessun commentoAspettando il 2043 la carta vince
I nuovi media e le nuove forme di comunicazione, tv interattiva e blog sopra a tutti, soppianteranno i media tradizionali cartacei.
È questo il mantra che si ripete ossessivamente da qualche anno. Sarà vero. Aspetteremo il 2043 (il fatidico anno in cui, secondo un autore americano, si stamperà l’ultima copia del New York Times) per verificarlo. Intanto però giungono segnali contrastanti.
Come quello di Colby Buzzell, un militare americano che ha spopolato col suo blog in diretta dall’Iraq (cbftw.blogspot.com).
Un vero e proprio caso giornalistico che ha entusiasmato le più celebri firme dei media a stelle e strisce e che è stato benedetto da un autore di culto come Kurt Vonnegut.
Le sue corrispondenze dalla prima linea, giorno per giorno, in presa diretta, senza filtri giornalistici, hanno fatto toccare con mano agli specialisti e al grande pubblico l’incredibile potenza di internet.
Contagiando migliaia di altri fanti e marines.
Tanto che le autorità militari americane, prima concentrate ossessivamente sull’esclusione dei giornalisti dalle zone di guerra, hanno dato un giro di vite all’accesso dei soldati alla rete.
Ma che ha fatto infine l’eroe del blog in tuta mimetica?
Ha giustamente capitalizzato il successo inanellando una serie di collaborazioni con prestigiosi mensili patinati, poi ha pubblicato il libro “My war: killing time in Iraq”, e in conclusione ha staccato la spina al suo blog. Anzi, lo ha tenuto attivo, ma tutti i post sono scomparsi e i link rimandano invariabilmente a un sito da cui ordinare il suo libro.
Come dire, almeno per questa volta la carta ha vinto.
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