Archivio per la 'Emanuele Chesi – Comunicazioni di servizio' Categoria
Gli italiani non leggono più
Ormai i ricorrenti rapporti sullo stato dell’informazione in Italia non fanno altro che confermare dati e impressioni largamente diffusi.
Secondo il Censis gli italiani che leggono un quotidiano almeno tre volte alla settimana sono crollati dal 51% al 34,5% nell’ultimo biennio.
Una caduta verticale che coinvolge anche settimanali e mensili. Da anni si sa che più della metà degli italiani (forse addirittura tre su quattro, un rapporto che non ha eguali nei paesi avanzati) ha come unica fonte d’informazione la tv.
Curiosamente, ma non troppo, appare in discesa anche la percentuale dei lettori di siti d’informazione in rete. Chi vuol vedere il bicchiere mezzo pieno evidenzia che ormai la comunicazione ha perso il suo carattere verticale e attraverso i contatti via internet si è democratizzata, ampliando quindi la sua influenza al di là della mediazione giornalistica.
Tutto ok, se la considerazione (valida in molte altre parti del mondo) non si scontrasse in Italia con la bassissima penetrazione di internet (sotto il 50% della popolazione) e con la sostanziale saturazione della frequentazione dei canali informativi e comunicativi.
Esponendo oltre tutto la larga parte passiva degli utenti alla sempre più attenta azione diretta degli agenti politici, ben felici di saltare la mediazione professionale dei giornalisti e di rivolgersi faccia a faccia ai cittadini.
Come fanno le aziende per vendere i loro prodotti.
Emanuele Chesi
Nessun commentoNani, ballerine e TG di regime
Parliamo d’altro, così gli italiani non si preoccupano. Sembra essere questo il mantra della maggioranza dei media dinanzi agli effetti drammatici della crisi che sarà pure in via di superamento, ma intanto lascia dietro di sé aziende chiuse e lavoratori
a spasso.
Chi si diverte in questi conteggi ha valutato recentemente che, a parte l’esorbitante spazio al chiacchiericcio politico, i telegiornali italiani dedicano alla cronaca nera uno spazio venti volte superiore a quello dei tg tedeschi.
Certo, in questa spasmodica attenzione alle baruffe post-ideologiche e ai fatti grandguignoleschi gioca un ruolo forte la specificità nazionale e l’estero non è poi il paradiso dell’informazione (pensiamo solo all’invadenza del gossip nella gran parte die media popolari inglesi e americani).
Resta però legittimo il dubbio che talvolta si voglia parlar d’altro o perlomeno si preferisca non approfondire.
Ora va di moda battagliare sulla tomba di Craxi e fare dell’intitolazione della via allo scomparso statista-latitante un caso nazionale. Invece di lasciarlo al giudizio degli storici, si infierisce (in pari modo) con riabilitazioni postume e rigurgiti di damnatio memoriae. Se qualcuno ricorda che a quei tempi, mentre si parlava di modernizzazione e dell’ingresso dell’Italia tra i grandi, si gettavano le basi di un mastondotico buco della finanza pubblica che ancora oggi pesa sul nostro futuro, viene messo a tacere. Parliamo d’altro.
Emanuele Chesi
Nessun commentoPiada e salame, altro che Obama

Le passate elezioni amministrative ci lasciano in eredità una serie di spunti di riflessione sulla comunicazione politica.
Mai come stavolta l’esercito dei candidati ha sfoderato tutto l’armamentario della propaganda. Un’articolazione di mezzi piuttosto vasta, seppure in apparente contrasto col dimesso tono generale, probabilmente un portato della stanchezza per il confronto bipartitico e della relativa limitazione dei budget.
Sarà stato anche per questi motivi (e per il fatto che la comunicazione televisiva è ormai sotto il pressoché totale controllo del governo) ma oltre a spot tv e messaggi radio, i candidati sono tornati in forze al porta a porta, al volantinaggio a tappeto e addirittura ai comizi.
Certo, gli appelli alla piazza hanno riscosso successo soltanto quando alle parole (poche, per non stancare) i candidati hanno abbinato musica, barzellette, sfilate di moda, distribuzioni di uova, pane, piadine e sangiovese. Insomma quasi un ritorno alle origini, al folklore della politica ma anche al rapporto diretto con l’elettore.
E i siti istituzionali? I blog elettorali? Facebook? Certo, ci sono, ma li guardano i soliti noti. E poi i candidati stessi mica li frequentano. Preferiscono la piazza (o la tv, chi può). Altro che Obama.
Emanuele Chesi
1 commentoLa babele degli sproloqui
In tutte le dotte disquisizioni sul futuro dell’informazione, l’orizzonte più citato è quello del giornalismo partecipativo. Persino Rupert Murdoch, il magnate del colosso mondiale Fox, si è lasciato andare a un peana sulla necessità del coinvolgimento dei lettori nel processo della comunicazione. È bene tenersi alla larga dall’infatuazione degli editori per l’apporto dei cittadini, visti, per ora, solo come giacimento di materia prima a prezzo zero e non certo come attori della scena dell’informazione. Più interessanti appaiono invece le iniziative ‘dal basso’ che rifuggono però la sterile contrapposizione tra ‘casta professionale’ dei giornalisti e blogger ‘fuoricasta’ (anche se spesso aspiranti a loro volta all’ingresso nella casta’). Nel campo televisivo prometteva bene, ma è rimasta finora al di sotto delle aspettative, la rete satellitare ‘Current tv’, attiva da qualche anno negli Usa sotto l’egida di Al Gore e lanciata recentemente anche in Italia. Propone un mix di servizi realizzati da professionisti e da semplici cittadini, magari con velleità di produzione professionale.Il rischio di trasformarsi in un’informe copia di YouTube (con la semplice amplificazione del già esorbitante brusìo informativo presente in rete) è purtroppo sempre dietro l’angolo. Ancor più recente è il sito www.agoravox.it, riproposizione di un’esperienza pionieristica francese, in cui si dovrebbero intrecciare i contributi dei cittadini e il lavoro di selezione e approfondimento della redazione giornalistica. E’ una sfida da seguire con attenzione per verificare se il giornalismo partecipativo sia la giusta direzione di marcia per rinnovare l’informazione, oppure l’ennesima formula vuota che nasconde solo la babele delle opinioni e degli sproloqui.
Emanuele Chesi
Nessun commentoIl fenomeno Sarah Palin
Com’era logico che accadesse, nei giorni della sua nomina a candidato vicepresidente da parte di McCain, l’attenzione del pubblico americano si è concentrata ossessivamente sul fenomeno Sarah Palin. La semisconosciuta governatrice dell’Alaska ha attirato un mare di attenzioni anche in rete. I navigatori di internet – che amano spesso rappresentarsi come la parte più evoluta e sveglia della società – hanno puntato la lente sui caratteri peculiari della nuova arma anti-Obama dei conservatori Usa. L’edizione online di Time si è presa la briga di inventariare le più cliccate chiavi di ricerca associate al nome di Sarah Palin. Che avranno dunque chiesto a Google gli internauti a stelle e strisce? Cosa pensa Sarah Palin della situazione mediorientale? Le sue posizioni nella lotta al riscaldamento globale? Se e favorevole o no all’estensione dell’assicurazione sanitaria a quei milioni di americani che non ne usufruiscono ancora? Niente di tutto questo. ‘Sarah Palin nude’, ‘Hot photos’, ‘Beauty pageant’ e ‘Bikini photos’ hanno intasato il motore di ricerca. ‘Alaska: Coldest State, Hottest Governor’, lo slogan coniato da qualche buontempone conservatore (o cripto-obamiano?), è parso più che mai centrato. Anche in questo caso, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la ‘contabilità’ delle ricerche in rete si è rivelata lo specchio fedele delle pulsioni che attraversano la società. L’aura progressista di internet (incensata dalla campagna elettorale e dalla raccolta fondi di Obama) ne viene fortemente ridimensionata. Ma è giusto che sia così. Lo strumento è ottimo, realmente innovativo per la politica (in Italia però è pura fantascienza), ma il ‘manico’ è ancora quello della società di massa che si esprime allo stesso modo nelle tv e nei giornali. Internauti, occhio a fare i primi della classe.
Emanuele Chesi
Nessun commentoCome Napoleone a Waterloo
Youtube l’ha massacrato. Striscia la notizia, annullando ogni possibile ‘digital divide’ (in questo caso benefico…), l’ha definitivamente consegnato al ludibrio nazionale. Roba da nascondersi fino alla fine dei giorni. Stiamo parlando del manager di una grande azienda di telecomunicazioni che nel corso di una convention s’è inventato un tragicomico discorso motivazionale per i suoi incolpevoli sottoposti: «Dovete essere vincenti come Napoleone a Waterloo!». E, tanto per gradire, ha sostituito i vetusti termini inglesi del vocabolario manageriale con dei più saporiti epiteti da bar Sport. Milioni di italiani comuni hanno riso di lui (ma forse c’è stato bisogno dei sottotitoli per spiegare ai più che Waterloo è stata la sconfitta più clamorosa dell’imperatore francese). Milioni di italiani intelligenti (o sedicenti tali) hanno invece pontificato sul senso profondo di questa messinscena aziendale, tirando in ballo la decadenza della classe dirigente, la supponenza cialtronesca dei manager tricolori, la permanenza degli stilemi fantozziani, eccetera eccetera. Tutto vero, ci mancherebbe. Smaltite le grasse e impieteose risate (magari come risarcimento invidioso verso un tipo che si porta a casa 900 mila euro l’anno, e non se li merita), a me resta però l’amara considerazione che bastano due minuti di riprese galeotte col telefonino –complice l’immane potenza e leggerezza della rete – a sfregiare irrimediabilmente l’immagine di una persona. Un “risultato” che i giornali nemmeno se lo sognano.
Emanuele Chesi
Nessun commentoBlog vs giornalisti: la partita è finita
Ci sono fortunatamente molti segnali che la stucchevole contrapposizione tra ‘giornalismo professionale’ e ‘popolo della rete’ stia tramontando. I media tradizionali forse non rinunciano ancora alla pretesa di autorevolezza (a dir poco incrinata…) ma sempre più si lasciano contaminare dall’influenza dei nuovi media, internet in particolare, anzi a volte esagerano pure correndo dietro all’ultima moda e all’ultimo rumore di fondo che rimbalza tra My Space e Youtube. La stragrande maggioranza degli internauti poi, invece di arroccarsi in una sterile autoreferenzialità tra i soliti quattro bloggers, ha capito che la maggiore apertura dei media al contributo esterno è un’occasione straordinaria per incidere sui meccanismi di produzione dell’informazione. Non si tratta solo delle foto amatoriali dell’attentato o del vip di turno che finiscono direttamente in prima pagina – succede spesso in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, ma ora il trend ha raggiunto anche la penisola, ad esempio a Torino con le immagini della grande nevicata riprese dalla Stampa – ma soprattutto delle segnalazioni e anche delle critiche che infarciscono blog e forum dei siti di giornali e televisioni.
Gli strafalcioni, gli errori e le censure giornalistiche vengono immediatamente rilevati e ‘condannati’. E restano nero su bianco. Per i media che vogliono recuperare autorevolezza (e mercato) è una bella sfida. Ed anche una cura salutare.
Emanuele Chesi
Nessun commentoIl populismo di Beppe Grillo
Beppe Grillo ha scatenato l’offensiva di primavera che culminerà nel secondo V-Day. Questa volta nel mirino del comico-blogstar genovese c’è il sistema dell’informazione. I media, e i giornalisti in particolare, sono accusati di essere la radice della crisi e delle nefandezze italiche. Imputazioni ben meritate, a guardare il pietoso piazzamento della nostra nazione nella graduatoria mondiale della libertà d’informazione. Ma chi è il responsabile di questa situazione? Grillo indica nello stretto legame tra politica e informazione il punto nodale del degrado della democrazia. In questo c’è del vero (non a caso la denuncia non è nuova nemmeno sulle pagine dei giornali), stupisce semmai che Grillo additi la responsabilità maggiore agli operatori dell’informazione, indicandoli come una vera e propria casta. Ma chi ha realmente in mente? Vespa, Mentana, Riotta oppure le migliaia di precari sottopagati che ogni giorno assicurano l’uscita in edicola dei quotidiani? I bonzi dell’informazione televisiva e i direttori nominati dai partiti oppure i professionisti senza contratto da due anni e mezzo? Un po’ di sano populismo è il sale di ogni protesta democratica, ma quando i toni prendono la mano e si sbaglia il bersaglio, si rischia di fare il gioco del vero responsabile. Di chi preferisce parlare ai cittadini dagli schermi televisivi senza la fastidiosa presenza di chi fa domande.
Emanuele Chesi
Nessun commentoIl giornalismo e Britney Spears
I mass media vengono giustamente massacrati dall’opinione pubblica perché si occupano più di Britney Spears smutandata che dei massacri in Sudan (va da sé che la stessa opinione pubblica legge con molta più attenzione le tragedie dei cantanti piuttosto che quelle dei poveri del terzo e quarto mondo). Sfogliando i giornali o facendo zapping tra i canali tv si nota spesso un’enfatizzazione delle notizie che lascia sgomenti (eppure attrae). E non risparmia nessuno dei media in gioco. C’è chi tira in ballo la corsa sfrenata all’audience, le richieste della pubblicità, qualche disegno complottista di rimbecillimento della popolazione. Tutto può essere. Ma la spiegazione forse è più semplice. E rimanda alla responsabilità diretta degli operatori dell’informazione, dei giornalisti, sempre più incapaci di muoversi al di fuori del ‘pensiero unico’ che come melassa avvolge la società dei consumi. Così la notizia stessa diventa intrattenimento. E come intrattenimento dev’essere divertente, sensazionale, al limite dell’isteria. «È la legge della concorrenza»: questo lo slogan dietro cui si barricano tutti. «Lo fanno gli altri, dobbiamo farlo anche noi» è il mantra che cala dalle direzioni dei media sui singoli giornalisti. L’enfatizzazione, il ‘caso’ pompato oltre ogni limite, non è però solo uno spettacolo innocuo. Le parole pesano e, a volte, chi finisce sul palcoscenico non si becca solo gli applausi, qualcuno rischia anche la ghigliottina. I giornalisti non dovrebbero dare al pubblico solo quello che vuole. Attenzione. Dio ci liberi da ogni pretesa pedagogica dei media: basterebbe però tornare alla notizia. Quella che serve per decidere consapevolmente. E magari anche quella che qualcuno non vorrebbe farti pubblicare. Enzo Biagi la pensava così. E faceva ottimi ascolti (quando glielo consentivano).
Emanuele Chesi
Nessun commentoI grandi gialli in stile CSI
I grandi gialli dell’estate, tipo il delitto di Garlasco, sono la Waterloo dell’informazione televisiva, ma i diretti interessati (giornalisti e dirigenti) continuano a non accorgersene. Mentre i telespettatori ridono a ogni nuova puntata.
La cronaca, sempre più alla ricerca di colpi di scena, si è trasformata in telenovela e spesso l’immagine è la notizia stessa. Questo non sarebbe neanche un male, anzi probabilmente qualche fine massmediologo direbbe che in tv l’immagine è tutto. Ma è difficile resistere a scene come quelle della povera inviata sul campo che fa inquadrare all’operatore un citofono da cui escono solo maledizioni. O come quella del parente della vittima che, giustamente, alla dodicesima richiesta di dichiarazione quotidiana esplode nel gesto dell’ombrello.Prontamente ripreso e mandato in onda nell’ora di massimo ascolto.
E i continui (e falsi) colpi di scena dei ritrovamenti di impronte di scarpe, tracce ematiche, liquidi corporei e presenze impalpabili decrittate solo dall’occhio attento dei Ris? E la pornografia del dolore? Genitori e figli di vittime piangenti a tutta scena. Queste immagini aggiungono qualcosa? No, dice il buon senso. E’ come buttare uno stantio pezzetto di peperoncino in una zuppa insipida. Invece l’incrocio tra il mezzo televisivo e il racconto dei grandi delitti potrebbe portare facilmente alla realizzazione di inchieste su cos’è la provincia italiana, la famiglia italiana, la realtà sociale italiana. Pensiamo solo ai temi che si potrebbero vedere in controluce nelle vicende di Garlasco o di Erba.
Potrebbero essere buoni servizi tv, se fossero un po’ più ‘Blu Notte’ e un po’ meno ‘CSI’.
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