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Il gran rifiuto di Giovanna

Come selezionatori la capacità nostra principale è quella di saper ascoltare la persona che si presenta per un colloquio di lavoro. Siamo spesso di fronte a persone più grandi di noi, un po’ imbarazzate nel raccontare la propria vita e impacciate nella ricerca di un nuovo lavoro. Il perché quelle persone sono sedute lì è riconducibile sempre a scelte aziendali sbagliate in termini di investimenti economici e quindi crisi dell’azienda oppure al cambio di direzione e alla gestione del personale assente. La signora Giovanna è un esempio calzante e… preoccupante. Già da curriculum evidenziamo un’esperienza notevole in ambito amministrativo e un’età che sfiora i cinquanta, ma stiamo cercando un profilo alto di responsabilità quindi la convochiamo per conoscerla. Si presenta una signora distinta, un po’ imbarazzata nella situazione di selezione che non affronta da quando era ragazzina, che inizia a raccontare la sua storia in maniera sintetica e precisa. Si percepisce subito che ha dedicato tutta la sua vita al lavoro, investendovi anche la sfera personale. Una tipa determinata, che ha raggiunto i suoi obiettivi e che da ragioniera in un’azienda di uomini si è fatta il carattere per diventare responsabile amministrativa, aprire al mercato estero, assumere nuovo personale. L’insoddisfazione della signora Giovanna per la situazione attuale è chiara e ben evidente. Non ci sono motivi legati alla crisi economica del settore aziendale ne tantomeno richieste negate di aumento di stipendio. La nuova gestione, sopraggiunta da appena un anno, non conosce la storia dell’azienda né tantomeno i dipendenti, non porta rispetto ai lavoratori come persone e non investe su di loro. Molte ragazze da anni sue collaboratrici hanno trovato un altro lavoro e anche lei adesso si è decisa a guardarsi attorno. Sicuramente non ci vorrà molto tempo per trovare un posto alla signora Giovanna, anzi forse lo troverà prima lei. Non sappiamo come finirà quell’azienda, che fattura milioni di euro e commercializza in tutto il mondo, ma perderà una professionalità così importante. L’unica mossa è stata quella di proporre un aumento di stipendio per rimanere. Ben mille euro in più. Che la signora Giovanna ha deciso di rifiutare.

Anna Zaccarini – Fabiana Rondinini

Suona la sveglia, troviamo un senso

Suona la sveglia, è inevitabile. Ci si deve alzare dal letto, vestirsi, prendere l’auto e andare a lavorare. C’è chi lo fa con passo pesante e la mente assonnata, verso un obbligo necessario e quotidiano, e chi lo fa con un animo più leggero, convinto che nella giornata potrebbe succedere anche qualcosa di interessante. Trovare un senso al lavoro che si fa non è sempre facile. Quello a cui tutti aspiriamo è un lavoro che ci faccia sentire utili, capaci, gratificati e protagonisti. Dipende innanzitutto da noi, dal nostro coinvolgimento nelle attività dell’azienda, da quanto ci stanno a cuore i risultati e i valori aziendali, dalla volontà di affrontare i problemi e di guardare oltre. In alcune aziende però fanno capolino due nemici con cui è inevitabile fare i conti. Al primo posto: l’anonimato, cioè la sensazione di sentirsi uno fra tanti, dover rispondere a un capo che sbaglia il proprio nome, sentirsi lavoratori sostituibili in ogni momento. Al secondo posto, ma non di importanza, l’irrilevanza: avere la percezione che il proprio lavoro non è ritenuto importante da nessuno, mentre tutti abbiamo la necessità di sentirci utili e necessari. Un lavoro che dà un senso alla nostra vita è un lavoro in cui non si smette mai di imparare, anche se nell’azienda vivono i due nemici. Se lo sforzo del lavoratore è accompagnato da qualche accorgimento in più da parte della direzione aziendale, come percorsi di formazione continua, di rimotivazione e di valutazione del potenziale, si  potrebbe dare una mano al nostro lavoratore e, con un piccolo sforzo, migliorare il clima che si vive in azienda, ottenendo grandi risultati.

Anna Zaccarini e Fabiana Rondinini (Workopp)