La Società Cooperativa

Il blog delle cooperative di Forli'-Cesena

Archivio per la 'Cristian Maretti – Roma, Romagna' Categoria

I miei primi quarant’anni

I miei primi quarant’anni hanno portato in dono una prima serie di acciacchi che a trentanove non avevo. Nulla di grave, ma che mi hanno comunque costretto ad una full immersion nel pezzo forlivese del sistema sanitario nazionale pubblico. Transitando da otorinolaringoiatria a gastroenterologia, da neurologia a reumatologia e radiologia e soggiornando inoltre anche qualche giorno in medicina mi sono fatto una bella esperienza del sistema lato paziente.

La prima cosa che mi ha impressionato positivamente è stata l’organizzazione molto flessibile che mi ha permesso in tempi rapidi ed incastrando le visite tra i miei appuntamenti di unire la rapidità degli accertamenti al rispetto delle mie esigenze, attraverso la formula del percorso in ambulatorio protetto. Formula che ha fatto pensare in automatico ad alcuni miei colleghi romani che mi servissi di chissà quale clinica privata.

La seconda cosa che mi ha stupito è stato trovare una gamma di opzioni sul menù degna di un ristorante. Per uno che è abituato al panino al prosciutto del bar sotto l’ufficio è già una bella sensazione.

Ma la cosa che mi ha fatto più piacere in assoluto è stato trovare in medici (a dire il vero uno aveva un po’ fretta), infermieri ed ausiliari, molta attenzione, cura, gentilezza e disponibilità a volte perfino simpatia nei confronti del paziente “Maretti”. Non ero una pratica da sbrigare, ma una persona con un problema da risolvere ed un presidio di persone era lì in scienza e coscienza ad aiutarmi. Anche questo fa bene alla salute. Sapere che malgrado le “cricchette” e le “loggette” che ammorbano questo Paese ci sono delle italiane e degli italiani (e non solo) che fanno con cura il loro lavoro nel più importante e delicato degli enti pubblici per i forlivesi, il loro ospedale.

Cristian Maretti

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Piccoli plinti piangono

Ricordate quel tale che nelle sue passeggiate digestive romane, passando davanti a Villa Torlonia, vide nascere e crescere i plinti delle ormai famose biciclette? Quelle fiammanti biciclette verdi, un po’ altezzose, che facevano bella mostra di sé in totale solitudine e inutilizzo, ma fermamente rappresentando la volontà dell’amministrazione di cambiare i comportamenti legati alla vivibilità della propria città. Con il passare del tempo, andando avanti e indietro per la Via Nomentana, Porta Pia, via XX settembre ed oltre, mai sono riuscito a scorgere alcun ciclista a cavallo di quei docili destrieri gommati. Eppure, osservando i posteggi, ne notavo una progressiva diminuzione.
Dall’inizio dell’anno il fenomeno si è ulteriormente aggravato: la rastrelliera, che tanto impiegò a crescere, non accoglie ormai più nemmeno una delle biciclette municipali. Una certa inquietudine mi ha colto, e anche qualche cattivo pensiero.
Ho sempre sostenuto la tesi che a volte è meglio sentirsi dire una bugia, piuttosto che la troppo amara verità. Ma quando la verità accade sotto ai tuoi occhi è difficile nascondersi e far finta che nulla sia successo.
Dunque, il vero tema è: che fine hanno fatto le biciclette? Due ipotesi: 1) il successo clamoroso dell’iniziativa ha determinato la perenne assenza di bici al posteggio; 2) l’iniziativa è stata un successo, ma solo per chi la bici l’ha portata a casa per riverniciarla. In ogni caso siate ottimisti: i plinti piangono, ma c’è qualche bicicletta di più in giro.

Cristian Maretti

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Il re è nudo, ma festeggia

Le statistiche europee sui proventi degli agricoltori nel 2009 parlano chiaro, calo rispetto al 2008 in molti paesi, crollo del 25% in Italia. Per il nostro Paese dunque, né pessimismo, né ottimismo, semplicemente la realtà certificata da Eurostat, che i produttori agricoli conoscevano già sulla propria pelle e con molte manifestazioni in molte città e paesi avevano cercato di porre al centro dell’attenzione dell’agire governativo. In realtà le risposte di Zaia sono state poche: qualche taglio, qualche riallocazione di risorse, qualche spesa con soldi di altri e molti annunci di clamorosi successi su tutti i fronti.
Purtroppo in questo momento funziona così, ma i magnifici vestiti dell’Imperatore sembrano sempre più ai miei occhi dei piccoli fogli di carta velina. Ancora poco tempo e qualcuno che gridi “il Re è nudo” si troverà, e potremo forse ricominciare nel mondo agricolo a parlare di cose vere tutti insieme.
Nel 2010 si  capirà quanto l’Unione europea vorrà destinare ancora al bilancio agricolo. Una cosa è certa: la Politica Agricola Comune cambierà, e non è detto che lo farà in meglio, anzi. Allo stesso tempo dobbiamo essere certi che il sistema agroalimentare nazionale non verrà ucciso o salvato dalla PAC, ma dalla sua capacità di superare, almeno in parte, i limiti che ne minano le possibilità di sviluppo. A partire dal considerare il proprio vicino non come un concorrente, ma un alleato con cui sviluppare azioni condivise per migliorare la propria presenza sul mercato, anzi sui mercati.

Cristian Maretti

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La vignetta di Kroll

Dopo esserci spellati le mani nell’applaudire i salvatori del sistema finanziario mondiale sull’orlo dell’abisso, rivalutato il ruolo dello Stato nel ruolo di regolatore, ma soprattutto nel ruolo di quello che apre il borsellino, Pierre Kroll, disegnatore satirico del quotidiano belga Le Soir, pone la domanda giusta.

Immaginate una cartina dell’Europa in cui sono disegnati dei piccoli cubetti con sopra scritto: in Italia banca, in Francia Banque, in Germania Kasse, in Inghilterra Bank. Questi cubetti hanno attorno degli omini disegnati che fuggono terrorizzati. 

Voi pensate che stiano scappando dalle banche che stanno crollando ed invece scappano perché su questa Europa disegnata, il cielo è coperto di aerei che scaricano in abbondanza sacchetti ricolmi di euro sonanti.

Ed in questo scenario da “bombardamento” celestiale un “omino” che tiene la mano ad un bambino chiede: «Ma in fondo in fondo, da dove arrivano tutti ‘sti soldi tutti in una volta?». È la domanda giusta, anche in questo caso fatta da chi probabilmente negli ultimi anni ha disegnato ministri o primi ministri che rifiutavano soldi alle scuole, ai pensionati, al sistema sanitario e quanto occorre solitamente per rientrare da un deficit eccessivo, e il Belgio era il paese che fino a qualche anno fa contendeva la maglia nera del debito all’Italia.

In fondo si va a premiare la creatività, l’innovazione, la scienza matematica applicata alla distribuzione dei rischi assicurativi e se oggi ciò diventa la priorità della spesa pubblica non è altro che il famoso riconoscimento del merito.

D’altronde che dire, quando la casa brucia i soldi per la benzina del camion dei pompieri bisogna pur trovarla, ma per una volta, per una sola volta, possiamo fare qualcosa anche contro gli incendiari!

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Russia, Cina e l’Italietta

L’estate appena trascorsa ha riconsegnato in maniera tangibile e definitiva (se qualcuno avesse avuto ancora dei dubbi) la potenza cinese e quella russa all’attenzione del mondo. La prima dispiegando parte della propria forza nell’organizzazione dei giochi olimpici, la seconda regolando militarmente certe contese territoriali in prossimità dei propri confini. Ho detto riconsegnato perché sono passati poco più di 150 anni da quando la Cina deteneva quasi il 50% del commercio mondiale e non ancora 20 anni da quando la Russia (spina dorsale dell’URSS) influenzava politicamente la metà meno libera del mondo.

Questo ormai conclamato scenario multipolare (non per forza foriero di un futuro migliore) ha occupato con forza le pagine dei giornali con analisi preoccupate, scenari probabili o temuti e nuovi ragionamenti relativi agli elementi di competizione economica.

Queste nuove sfide di altissimo livello sono state immediatamente fatte proprie dall’opinione pubblica nazionale.

A partire dal grande consenso dato alle ordinanze comunali che vietano di stendersi sui prati o sulle panchine oppure di camminare con gli zoccoli sul lungomare, o quella di più triste memoria in cui se tre persone parlano in un parco pubblico scatta l’allerta al comando della polizia municipale.

Non dobbiamo stupirci: siamo il paese che pensa di risolvere i propri problemi di inflazione con i mercatini degli agricoltori, il latte crudo alla spina e le rinnovate tessere annonarie in formato magnetico. Ci manca solo un provvedimento per la valorizzazione degli orti nelle aiuole e sui balconi e che la prossima crisi internazionale venga gestita dalle Maldive o da un’amena villa in Sardegna telefonando all’amico Vladimir tra un Martini e l’altro.

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La mano invisibile è quasi morta

 

L’inizio del 2008 sta riservando agli addetti del settore agroalimentare una grande notorietà. Certamente l’effetto prezzi è determinante e la presenza di nuove possibilità di investimento sulle materie prime agricole aiuta, ma nell’agenda dell’opinione pubblica “planetaria” e dei direttori dei giornali sono tornati temi per troppo tempo delegati ai soli addetti ai lavori. Basti pensare al fabbisogno alimentare nei paesi poveri da un lato, e al dibattito sugli aiuti all’agricoltura europea dall’altro.

Alcuni elementi di riflessione profonda stanno investendo perfino le fondamenta dell’azione politica ed economica di Istituzioni internazionali sorte dopo la Seconda Guerra Mondiale,  come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale. Ma quello che più sorprende è la rimessa in discussione dei “sacri” principi liberisti che hanno guidato – o meglio avrebbero dovuto guidare – la famosa “mano invisibile” del mercato in maniera certa. Ci si è accorti che questa mano, anziché ripartire benessere per tutti, sta arraffando a più non posso profitti di cortissimo periodo. A beneficio di pochi, grandi speculatori di borsa.  

In una fase di grande volatilità dei prezzi, in una fase di incertezza sulla sostenibilità di alcune filiere agricole di assoluto valore, in una fase in cui gli andamenti climatici riportano sul fare agricoltura le antiche incertezze (troppo presto dimenticate). Lo dico forte e chiaro: c’è bisogno di più cooperazione, c’è bisogno di più organizzazione, c’è bisogno di più politica.

Cristian Maretti

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L’erba del vicino che sa lavorare

Consumatori arrabbiati con i fornai. Fornai arrabbiati con i mugnai. Mugnai arrabbiati con gli agricoltori. E ogni giorno un bollettino di guerra sul vero prezzo dello sfilatino. Sempre più spesso leggendo i giornali ho l’impressione che il vecchio adagio “l’erba del vicino è sempre più verde” non sia mai stato così in voga. Sullo sfondo il signor Rossi che non arriva a fine mese, precario, malpagato e pure indeciso su chi votare alle prossime elezioni, non avendo più l’età per corteggiare la figlia di un miliardario. Qualcosa però non torna: l’arricchimento “illecito” viene sempre imputato ad altri, ma nessuno si mette in fila per cercare di partecipare all’incongruo banchetto, come di solito accade in Italia. Qui s’inceppa il meccanismo, perché secondo Unioncamere tra i mestieri artigiani in via di estinzione i panettieri sono al 4° posto, con una percentuale di presenza di lavoro extra comunitario pari al 22,7% e una difficoltà di reperimento del 53%. Per non parlare poi di operatori agricoli addetti alle semine e ai raccolti: qui la quota di lavoro extracomunitario arriva al 34,2% con punte del 60%. Percentuali che non fanno pensare a lavori particolarmente attraenti per i giovani dello Stivale. Forse le cose stanno in maniera molto più normale di come sembra; gli ultimi venti anni hanno portato una devastazione culturale sul valore del “lavoro”, a partire dal dettato costituzionale (L’Italia è una Repubblica fondata sul…). L’idea che un lavoro fatto onestamente e con passione, serva come ascensore sociale per migliorare la propria condizione reddituale è diventata sempre più rara. Così come l’idea che imparare un mestiere, magari molto faticoso nei primi anni, serva per poi mettersi in proprio e incrementare il proprio benessere.  Sempre più rara… e, come tutti sanno, la rarità costa.

di Cristian Maretti

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Addio al piano per i cereali

Roma, 23 gennaio 2008, sala Marcora del ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali: presentazione del Piano Nazionale Cerealicolo alla presenza del sottosegretario Guido Tampieri e di tutta la filiera. L’incontro assume un tono da evento per due motivi principali. Primo, da alcuni decenni il ministero non produce un piano nazionale di settore. Secondo, tutta la filiera riunita attorno al tavolo è concorde nel valutare positivamente gli assi portanti dello stesso. Il giudizio della filiera è tanto più importante, se si considera che una simile unanimità di intenti nel settore agroalimentare è assai rara. Inoltre, dati gli elementi di tensione che si riscontrano sul mercato dei cereali e arrivano al mercato del pane e della bistecca, l’idea di mettere in fila una serie di azioni per rendere più efficiente il funzionamento della filiera è senz’altro da apprezzare. Non immaginatevi un piano quinquennale in stile kolkhoz sovietico. No, tutt’altro. Semplicemente una pianificazione strategica delle azioni, in cui le risorse finanziarie già esistenti vengono coordinate senza quasi aggiungerne altre. Qualcosa di snello, partecipato e condiviso dalle parti. Qualcosa, perdonate la parola grossa, di «moderno». Alla fine della riunione si respirava fiducia e l’attesa era positiva per il proseguimento dei compiti che ci si era dati. Ahimé, la sera al Senato, per i noti «motivi familiari», il Governo ha perso la fiducia ad appena 20 mesi dall’insediamento. Tra elezioni, nuovo governo, nuovo ministro e nuove riunioni tutto il 2008 passerà e depositerà anche un poco di polvere sull’oggetto di tante elaborazioni e riunioni già fatte. Inutile dire che non possiamo più permettercelo.

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Quando gli U2 cambiarono la PAC

Fino a non molti anni fa una delle critiche maggiori rivolte alla politica agricola comunitaria (PAC) era quella di sovvenzionare eccessivamente le produzioni europee. Si creavano, era l’accusa, immensi stock, costosi da mantenere, che venivano poi smaltiti con sovvenzioni all’esportazione. Quando quei prodotti arrivavano sottocosto nei paesi poveri distruggevano le locali economie agricole. Ricordo che quando Bob Geldof e Bono degli U2 organizzarono il Live Aid, coinvolgendo molti colleghi pop starnella lodevole iniziativa di eliminare le morti per fame dal mondo  inserirono tra i punti del loro manifesto proprio l’eliminazione delle sovvenzioni alle agricolture dei paesi ricchi, perché distorcevano il mercato. L’idea un poco frettolosa che passava al grande pubblico era che gli agricoltori, quei privilegiati, fossero complici di un crimine contro l’umanità. Nella PAC, da allora, qualcosa è cambiato: per molte produzioni l’aiuto viene dato indipendentemente dalla coltura seminata. Questo ha provocato, ad esempio, il dimezzamento delle superfici a grano duro. Poi sono arrivate le agroenergie (sulla spinta dei bassi prezzi dei cereali), i Cinesi che vogliono mangiare come gli occidentali carne e latte, il cambiamento climatico e la siccità nei granai del mondo. Risultato? Oggi la FAO lancia un grido d’allarme sulla penuria di materie prime agricole, sul rialzo dei prezzi, sulle riserve quasi azzerate, con la consapevolezza che l’aiuto alimentare per i paesi poveri oggi costa il doppio del 2006 e che le economie agricole africane sono messe esattamente come prima. Se aggiungiamo che pure in Europa qualcuno comincia a porsi il problema del prezzo del pane e della pasta vuol dire che vecchi scenari e prospettive si presentano ancora davanti a noi e perfino nei paesi ricchi qualcuno sta col fiato sospeso sull’esito dei raccolti della prossima campagna. Speriamo almeno che nel frattempo si siano ridotti i prezzi dei CD musicali.

Cristian Maretti

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Te lo do io il Brasile

Bruxelles; sala del Sindacato europeo degli agricoltori e delle cooperative agricole, convegno dedicato alle agroenergie ed ai biocarburanti. In mezzo a relazioni che parlano di energia dalle balle di paglia in Danimarca e di meraviglie del salice in Svezia prende la parola una graziosa signora brasiliana in tailleur per esporre lo stato dell’arte in merito alla coltivazione della canna da zucchero in Brasile per produrre etanolo.

Silenzio in sala, nel giro di 10 minuti dalle sue diapositive partono i seguenti messaggi:

  1. la matrice energetica del brasile è già al 44,8% composta da energie rinnovabili;
  2. il Brasile è il maggior produttore al mondo di etanolo ed il principale esportatore;
  3. il bilancio energetico della canna da zucchero è molto positivo perché abbiamo minimizzato i trasporti e con i sottoprodotti dell’etanolo produciamo energia elettrica;
  4. la foresta amazzonica non è in pericolo perché a quelle latitudini non è conveniente produrre canna da zucchero, anzi crescono più che proporzionalmente le aree protette;
  5. il mercato dei generi alimentari non è a rischio perché parliamo di occupare l’1% delle terre arabili brasiliane.

Alla platea agricola europea,  che sta accusando  la preparazione e la completezza dell’esposizione arriva l’uno – due che manda al tappeto: i lavoratori della filiera dell’etanolo sono i meglio pagati di tutte le filiere agricole, dunque non sognatevi (produttori di etanolo europeo) di inventarvi misure antidumping per proteggere le vostre industrie perché al WTO vi inchiodiamo. Inoltre, data l’adattabilità della coltura, lo sviluppo della produzione della canna da zucchero è un’occasione d’oro per tutti i paesi in via di sviluppo ed il Brasile è pronto per dare assistenza tecnica e finanziaria.
Se alla parola Brasile pensate ancora a Pelè e al carnevale vuol dire che il mondo sta cambiando… in meglio più in fretta di voi.

Cristian Maretti

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