Un tardo pomeriggio qualunque da Sherry–Lehmann, uno dei wine store più alla moda di Park Avenue, a New York. Un luogo di culto in cui l’appassionato di vini può immergersi tra migliaia di etichette da tutto il mondo, partendo dall’economico Sauvignon Blanc neozelandese fino ad arrivare all’imponente “Imperial” di Ornellaia da 600 dollari al litro. «In questo paradiso dell’enofilo ci sono 58 etichette toscane, 34 piemontesi e decine di altre ancora trentine, friulane, laziali e siciliane. Ma nemmeno una bottiglia di vino romagnolo. E non è un caso». Monica Fantini, direttore e responsabile Agroalimentare di Legacoop Forlì-Cesena, lo sa bene. Poche settimane fa, a inizio estate, ha gestito per conto del Consorzio Appennino Romagnolo una missione nella Grande Mela: una settimana fitta di visite e incontri con referenti finanziari, istituzionali, manager e pubblicitari, per studiare il contesto e capire se c’è la possibilità di sbarcare in forze al di là dell’Atlantico. Con un primo problema da affrontare, grande come l’Empire State Building. Mentre le altre regioni d’Italia, con la Toscana e il Veneto in testa, sono tutte più o meno presenti,all’ombra di Central Park, il nostro pezzo di “Made in Italy” è ignoto ai più.
«La Romagna a New York non è affatto conosciuta – spiega la Fantini – se non facendo riferimento a Fellini e alla Dolce Vita, che comunque nell’immaginario collettivo vengono associati comunemente a Roma». La Romagna, insomma, uno dei luoghi più ospitali e solari d’Italia, sempre pronta ad aprire le sue porte a un turismo fiorente, in America non ha nessuna possibilità di “sfondare”? «Evidentemente il nostro territorio è stato poco propenso, e non solo per sua responsabilità, ad esportare oltre oceano la sua storia, i suoi colori, i suoi profumi e la sua tipicità. Il risultato – chiarisce il direttore – è che rischiamo di perdere una grande opportunità».
Entrare nel mercato di New York, dicono infatti gli esperti, è difficile, ma non impossibile. Basti osservare una “case history” come quella del Prosecco di Conegliano, che non solo è diventato lo “sparkling wine” di riferimento di aperitivi e grandi chef, ma è addirittura arrivato ad arruolare testimonial celeberrimi come Paris Hilton e a conquistare i severi recensori del Wall Street Journal.
I privati, però, da soli faticano, e l’impegno diretto delle istituzioni nell’internazionalizzazione dei nostri prodotti continua ad essere fondamentale. Lo dimostrano le specialità emiliane, promosse a suon di milioni negli States grazie a lauti programmi di marketing territoriale cofinanziati da fondi pubblici. In tal modo, ad esempio, Parmigiano e prosciutto di Parma hanno fatto da traino al “povero” lambrusco, che da vino dozzinale è divenuto un nettare d’ambrosia, declinato sul mercato internazionale in decine di etichette di qualità. «Inutile dire che sarebbe ora di poter raccontare casi simili anche in Romagna», conclude la Fantini.
Emilio Gelosi
QUATTRO STEP PER UN LANCIO RIUSCITO
«Le ricerche di mercato – spiega la Fantini – ci dicono che New York è una città curiosa, attenta alle novità, e non ancora “satura”. I passi da compiere, secondo gli esperti che abbiamo interpellato, tutte autorità riconosciute nel loro settore, sono fondamentalmente quattro. Primo, trasformare il progetto in un’idea e in un brand coordinato semplice, diretto ed emozionale. Due, concentrare l’idea su pochi ma distintivi prodotti di qualità. Tre, legare l’idea del vino a una gastronomia molto identificativa e di successo, come ad esempio quella artusiana, sviluppando progetti comuni. Quarto, ma non ultimo, coordinare l’azione di lancio con il coinvolgimento dei referenti politici territoriali».