In mille al dialogo tra le religioni e le culture della Settimana del Buon Vivere

Erano in più di mille – cattolici, islamici ed ebrei – riuniti a Forlì per ascoltare il dialogo a più voci sui temi dell’integrazione religiosa e culturale. La Comunità di Forlì-Cesena ha riempito il teatro Diego Fabbri in ogni ordine di posti, insieme a un coloratissimo tripudio di razze e culture.

Così si è congedata la terza edizione della Settimana del Buon Vivere – la manifestazione nazionale sul Benessere equo sostenibile promossa da LEGACOOP Forlì-Cesena, LILT e IRST – che si è conclusa domenica pomeriggio col dibattito tra alcuni dei più significativi esponenti delle religioni monoteiste discendenti da Abramo.
Sul palco il priore della comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi, il giornalista e scrittore ebreo Moni Ovadia, il marabutto della confraternita senegalese dei Mourid Serigne Mame Mor Mbackè, Padre Theodore Mascarenhas del Pontificio Consiglio della Cultura e Yahya Sergio Yahe Pallavicini, vice presidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana e Imam di Milano. A moderarli il vicedirettore del TG3 Giuliano Giubilei, che al termine ha chiamato sul palco l’ideatrice della Settimana del Buon Vivere, Monica Fantini e i tanti giovani il cui contributo è stato determinante per la buona riuscita della manifestazione, in un abbraccio ideale e sentito con la platea e con tutta la città. Le note del maestro Marco Sabiu – autore ed esecutore internazionale, lustro della città – hanno chiuso l’incontro.
«Il titolo di quest’anno, Fragile: trasportiamo futuro, rappresentava un monito sulla necessità di costruire, giorno per giorno, le condizioni e la fiducia necessaria per affrontare il cammino che ci aspetta trasportando quanto di più prezioso abbiamo in dote e, strada facendo, accorgersi che il Futuro non è la meta bensì il viaggio», ha concluso Monica Fantini. «In questa Settimana abbiamo dimostrato che una comunità che semina Buon Vivere è una Comunità che ogni giorno raccoglie futuro».

Il pomeriggio si era aperto al Teatro Apollo con la conferenza scenica su Rumi, il grande poeta e mistico persiano del XII secolo, considerato il Dante Alighieri dell’Islam, a cui il regista Alessandro Giupponi ha dedicato uno spettacolare evento teatrale.

Poi, al Fabbri, il grande dibattito tra le culture. «Quello tra religioni è un dialogo che la Chiesa Cattolica rivendica da tempo, almeno dal Concilio Vaticano II – ha esordito padre Enzo Bianchi – anche se siamo in realtà appena usciti dall’età della pietra nel confronto tra le religioni. Non c’è stato lo scontro di civiltà da qualche storico paventato, ma contrasti di natura politica che fomentano la paura. Dobbiamo ascoltarci e vederci faccia a faccia, incontrare l’altro, lo straniero, e lasciare che ci parli il nostro cuore umano, che è molto più buono di quanto crediamo. Noi Italiani siamo stati storicamente una comunità monolitica che ha tenuto al margine gli stranieri, ma la nostra paura è analoga a quella di chi viene nel nostro Paese: sono due paure che si incontrano, e sulle quali deve prevalere la ragione umana, che è più importante delle religioni che professiamo e a noi uomini, tutti fratelli, questo deve bastare».
Colonialismo e reato di clandestinità come due delle piaghe della storia umana che hanno esasperato fondamentalismi e integralisimi: è partito da questi assunti il giornalista e scrittore ebreo Moni Ovadia, che ha ricordato come lo straniero sia figura centrale in tutti e tre i monoteismi. «Nei testi sacri si dice amerai il prossimo tuo senza che questo sia qualificato. La nostra società dovrebbe preoccuparsi di più della cultura e dell’uomo: sentiamo parlare sempre di spread mentre dovremmo mettere al centro la persona. La politica deve invertire il suo corso ridando importanza alla fratellanza e all’ascolto».
Un messaggio di apertura e speranza è arrivato anche da Yahya Sergio Yahe Pallavicini, vice presidente della Comunità Religiosa Islamica Italiana e Imam di Milano, che ha stigmatizzato l’atteggiamento provocatorio di quanti sostengono impossibile il dialogo tra culture e religioni: «Amore per Dio e amore per il prossimo possono essere punti di incontro fondamentali in cui ritrovarsi tra le diverse religioni monoteiste, evitando la ghettizzazione ma anche riconoscendo le diversità che pure esistono, poiché il pluralismo è una ricchezza da condividere insieme».
Il dialogo tra religioni come confronto tra conoscenze è stato al centro dell’intervento del marabutto della confraternita senegalese dei Mourid Serigne Mame Mor Mbackè, che ha richiamato in teatro una folta rappresentanza delle comunità senegalesi italiane. «Tutte le religioni monoteiste possono dialogare purchè abbiano conoscenza di ciò di cui si sta parlando – ha detto il marabutto – il fanatismo, che pure è dentro le persone, non c’entra niente con la religione, ma è un atteggiamento di chi non accetta una persona altra e diversa. La jihad porta un messaggio non di violenza bensì di convincimento tramite la pace: la religione non si impone con la forza, ma va insegnata e fatta capire».
L’indiano Padre Theodore Mascarenhas del Pontificio Consiglio della Cultura ha ricordato come alla paura e allo scontro vadano invece anteposti l’incontro e l’interculturalità, che con la globalizzazione sono dinamiche con le quali occorre confrontarsi. «Gandhi diceva che non avrebbe mai voluto una casa con le finestre e le porte chiuse e impenetrabile, ma una in cui tutte le culture potessero entrare; senza per questo che il padrone di casa venisse cacciato dalla sua abitazione. Ancora oggi è questo l’insegnamento che dobbiamo tenere in mente: dare e ricevere, aiutare a crescere, vivere e far vivere».
Tantissime le email e i messaggi di ringraziamento giunti nel corso della Settimana agli organizzatori. Tra questi, una citazione che ben riassume il senso di questa esperienza: «È più importante accendere una piccola candela che maledire l’oscurità». La Settim

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