Il coraggio che manca

Non sono convinto che l’eterno perpetuarsi di salvataggi su salvataggi, senza cambiare una parte della formula economica nella quale siamo tutti, o quasi tutti immersi, salverà Stati, aziende e famiglie. L’incrocio della crisi, prima finanziaria, poi economica e infine sociale dal 2008 in poi ci avrebbe dovuto insegnare che il distanziamento del capitalismo di “carta” da quello delle 

“cose” ha finito per produrre una frattura fra desiderio e realtà ormai  incolmabile nei Paesi del G8 che, del resto ormai non sono più la vera gerarchia economica e politica del mondo, essendo la stessa, almeno dal 2001, da spalmare, per lo meno su altre 12 potenze statuali che, non a caso, formano il G20. Solo che l’idea di vivere in un mondo multipolare e non più dominato dall’equilibrio atomico fra Usa ed Urss ha spiazzato non solo, come era comprensibile, l’ex-Urss divenuta ora Russia nazionalista e post-comunista, non solo gli Usa che per non  perdere il controllo sull’area mediorientale hanno imbastito la distruzione dell’Iraq senza trarne un reale vantaggio geopolitico, ma ha indebolito l’Europa proprio nel momento in cui come nascente Unione avrebbe dovuto celebrare la sua Federazione. Questo rifiuto dei singoli Stati europei a divenire un attore globale che parla, o dovrebbe parlare, con voce unica, è la principale anche se non unica ragione del nostro crescente declino. 

E mi auguro che gli storici tengano ben presente le responsabilità presenti distinguendole fra coloro che non hanno mai dimenticato il problema della necessità di una crescente integrazione economica e politica (non solo monetaria) dell’Europa e coloro che invece coltivano il ritorno alla moneta nazionale e all’arte pericolosa dei folli tassi d’inflazione e delle altrettanto repentine svalutazioni delle monete. 

Se tutto questo lo proiettiamo nella nostra realtà provinciale (e anche di provinciali) sembra che non vi sia un’immediata relazione, ma se il nostro occhio si fa più sottile percepisce anche colori e sfumature che non risaltavano. Il non avere una strategia coordinata sull’export salva alcune aziende, ma ne perde la grande parte. La promozione, in azienda, dei più fedeli non coincide con i più capaci e nello stesso tempo la riduzione del numero delle maestranze non aiuterà il ciclo dei consumi e la circolazione della ricchezza.

Quello che serve agli europei è un Piano di rilancio dell’economia finanziato dalla Banca europea degli investimenti e sostenuto dalle emissioni di Eurobond della Banca centrale europea. Non si può fare per i vincoli dei Trattati? No, non si può fare perché alla maggioranza dei leader che guidano gli Stati europei fa difetto il coraggio politico. La capacità di tradurre in progetti anche le ardite speranze, le utopie possibili. 

Pietro Caruso

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