Difendiamo il territorio e la sua economia civile

Viviamo in un territorio ben governato dalla politica. Qui è nato e si è sviluppato un modello che coniuga qualità dell’impresa e redistribuzione della ricchezza sul territorio. Giova ricordare che mentre qui si lavorava per portare benessere e inclusione sociale a tutti, in altri territori (come il Nord Est, per lungo tempo mitizzato dai media), le imprese avevano autonomamente scelto di spostare la propria produzione all’estero. Prima in Romania, e poi sempre più lontano, con una miopia che ha impoverito progressivamente l’Italia e il suo tessuto produttivo, nonché nel lungo periodo quelle stesse aziende. I motivi? Li sappiamo, ed è giusto ricordarli, perché oggi la crisi c’è per tutti, ma non per colpa nostra: approfittare di un costo del lavoro a livell infimi, aggirare le leggi che tutelano l’ambiente e la sicurezza dei lavoratori italiani e, in definitiva, pagare meno tasse. Una delle accuse – è ironico dirlo – che puntualmente vengono rivolte alle imprese mutualistiche, le quali, invece, sono rimaste qui. Con le loro strutture “pesanti”, i loro contratti a tempo indeterminato e la loro capacità di innovare dal punto di vista tecnologico e organizzativo, senza bisogno di ricorrere alle pratiche del dumping sociale.
Le cooperative non possono delocalizzare, perché i loro soci vivono e lavorano in Italia. Sono strutturate in modo tale che favoriscono il lavoro e le sue regole. Ma il problema non è solo delle cooperative, è di tutto un territorio che ha scelto di operare secondo i principi di un’economia civile. Tanto è vero che a Forlì, primo caso in Italia, le associazioni di impresa – dall’industria all’artigianato, dal commercio alla cooperazione – si sono presentate unitariamente con una serie di proposte condivise. Alla politica e alle nuove amministrazioni che governeranno questi territori per i prossimi cinque anni, quindi, indipendentemente dall’appartenenza e dallo schieramento, chiediamo prima di tutto di difendere il nostro modello di sviluppo e la qualità delle nostre imprese, con azioni dirette e concrete. Interventi che non richiedono complicate riforme legislative e sono alla portata di qualsiasi ente. Per fare questo occorre che la politica analizzi e rinnovi il proprio rapporto con gli apparati burocratici. Che torni a fare la politica, insomma, e a decidere in prima persona, senza nascondersi dietro il paravento dei pareri tecnici e delle valutazioni più o meno opinabili. Come quelle di chi vorrebbe reinternalizzare anche quei servizi che sono stati affidati all’esterno, nonostante siano stati generati notevoli risparmi e miglioramenti per i cittadini.

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