Di generazione in generazione
Una delle caratteristiche della cooperazione, come si legge su qualsiasi manuale, è la cosiddetta “transgenerazionalità”. La parola di per sé non è il massimo, ma il concetto a cui rimanda è molto semplice: la cooperativa si tramanda di generazione in generazione. E anche, più liberamente interpretato: la cooperativa è un incontro di più generazioni. A fianco dei soci più anziani si ritrovano quelli più giovani. E questo può creare occasioni di confronto, possibilità di insegnamento. Specie in un’epoca che proiettandosi, giustamente, avanti rischia però di dimenticare cosa l’ha preceduta. Non lo dico con retorica, ma perché sono convinta che ci sia da imparare, a livello umano e professionale, da chi è venuto prima. Mi viene in mente a tal proposito l’incontro con un socio di una grande cooperativa agricola. Lui novantenne, socio storico, non più di qualche mese fa – durante l’assemblea di bilancio – del tutto spontaneamente ha sentito il bisogno di raccontarmi un suo frammento di vita vissuta. «Ho la memoria che funziona in modo strano (queste più o meno le sue parole): non ricordo le cose che mi sono capitate pochi giorni fa, ma ricordo esattamente tutto del mio passato. Di quando ero giovane e sono stato in guerra, e soprattutto di quando sono tornato: la guerra ci aveva tolto tutto, non solo la casa e le nostre cose, ma soprattutto la giovinezza. Non c’era più, era andata via con gli anni migliori spesi a combattere». Poche parole, chiare, efficaci, dal senso inequivocabile.
Non conoscevo questa persona, ma credo che come lui tanti altri possano raccontare storie di vita di questo genere ai nuovi soci. E il bello della cooperazione è che queste storie sono tanti percorsi che si vengono a incrociare, e si arricchiscono a vicenda.
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