Suona la sveglia, troviamo un senso
Suona la sveglia, è inevitabile. Ci si deve alzare dal letto, vestirsi, prendere l’auto e andare a lavorare. C’è chi lo fa con passo pesante e la mente assonnata, verso un obbligo necessario e quotidiano, e chi lo fa con un animo più leggero, convinto che nella giornata potrebbe succedere anche qualcosa di interessante. Trovare un senso al lavoro che si fa non è sempre facile. Quello a cui tutti aspiriamo è un lavoro che ci faccia sentire utili, capaci, gratificati e protagonisti. Dipende innanzitutto da noi, dal nostro coinvolgimento nelle attività dell’azienda, da quanto ci stanno a cuore i risultati e i valori aziendali, dalla volontà di affrontare i problemi e di guardare oltre. In alcune aziende però fanno capolino due nemici con cui è inevitabile fare i conti. Al primo posto: l’anonimato, cioè la sensazione di sentirsi uno fra tanti, dover rispondere a un capo che sbaglia il proprio nome, sentirsi lavoratori sostituibili in ogni momento. Al secondo posto, ma non di importanza, l’irrilevanza: avere la percezione che il proprio lavoro non è ritenuto importante da nessuno, mentre tutti abbiamo la necessità di sentirci utili e necessari. Un lavoro che dà un senso alla nostra vita è un lavoro in cui non si smette mai di imparare, anche se nell’azienda vivono i due nemici. Se lo sforzo del lavoratore è accompagnato da qualche accorgimento in più da parte della direzione aziendale, come percorsi di formazione continua, di rimotivazione e di valutazione del potenziale, si potrebbe dare una mano al nostro lavoratore e, con un piccolo sforzo, migliorare il clima che si vive in azienda, ottenendo grandi risultati.
Anna Zaccarini e Fabiana Rondinini (Workopp)
Lascia un commentoAncora nessun commento. Sii il primo a lasciarne uno.
Scrivi un commento