La Società Cooperativa

Il blog delle cooperative di Forli'-Cesena

Diritto al cibo, diritto negato

Come anticipato sulle colonne della Società Cooperativa pubblichiamo di seguito il testo dell’intervento di Massimo Brusaporci all’ultimo Human Rights Nights Festival. La foto, da Flickr, è di Justrollthedice.

Da alcuni mesi è tornato a farsi spazio sulle colonne dei quotidiani di tutto il mondo il grande tema del diritto al cibo. Per fattori climatici, demografici e di mercato i prezzi dei beni alimentari sono andati alle stelle, impoverendo le tasche delle popolazioni dell’emisfero nord, e depauperando le riserve già alquanto precarie di quelle dell’emisfero sud.

Mediamente quasi il 13 % della popolazione mondiale vive in condizione di fame e di denutrizione. Di questi il 75% vive in aree rurali e vede la propria sussistenza dipendere da attività agricole su piccola scala.

 

Ma partiamo dalle basi. È opinione condivisa che il diritto al cibo, il diritto a mangiare e a sopravvivere dipende da tre fattori (che devono essere soddisfatti contemporaneamente): la produzione di alimenti; la distribuzione di quanto prodotto; il consumo.

Non si tratta solo di un problema di quantità prodotta, come vedremo meglio in seguito, ma anche di capacità di distribuire il prodotto e di rendendolo accessibile alle popolazioni (acquistato e consumato).

 

Proviamo a considerare alcuni elementi che potrebbero risultare utili al fine di inquadrare un tema così complesso, a partire da una delle principali cause storicamente più vicine ai nostri tempi: il protezionismo.

Il protezionismo (insieme di politiche finalizzate a proteggere il mercato interno dalla concorrenza del prodotto importato), al quale sono ricorse le economie (i mercati) di tutto il nord del mondo, ha garantito sviluppo e sicurezza alimentare alle popolazioni delle medesime aree, ma ha affamato (estremizzando il concetto) le popolazioni del sud del mondo. La ragione principale di questo effetto va ricercata nella artificialità dei prezzi garantiti alle economie protette che ha generato eccedenze, prezzi bassi e instabili a livello mondiale. Il surplus alimentare prodotto dal Nord ha quindi disincentivato lo sviluppo dell’agricoltura tradizionale nel Sud, che si è concentrato sulle colture “coloniali” (più redditizie).

Oggi, rende più complesso lo scenario, ma allo stesso tempo amplia il ventaglio delle possibilità, il discusso tema delle biomasse per la produzione di biocarburanti (biodiesel, etanolo). Queste produzioni potrebbero trovare larga diffusione proprio nelle aree del mondo meno sviluppate, anche perché l’emisfero nord non avrebbe sufficiente disponibilità di terre per espandere questo genere di colture (anche per fattori pedoclimatici).

Esiste nei fatti una forte responsabilità del mondo sviluppato nei confronti dei Paesi più poveri che con le sue politiche alimentari – ma anche con quelle energetiche, climatiche, ecc. – ha reso sempre più importante il divario nord/sud.

 

Cosa ne pensa l’accademia?

Negli ultimi quarant’anni si sono succeduti numerosi approcci e altrettanti modelli di intervento in ambito di sicurezza alimentare.

Il primo si basava sul concetto di “disponibilità” (food availability decline), ovverosia sulla progressiva indisponibilità di cibo (principalmente per fattori pedo-climatici) e risale agli anni ’70; è invece degli anni ‘80 il modello incentrato sul concetto di “accessibilità” (economics or entitlements failure), ove si assume che la presenza di cibo sui mercati non sia sinonimo di sicurezza alimentare poiché legata a fattori socioeconomici più ampi (mercato, lavoro, produzione, scambio, ecc.); infine è degli anni ’90 il modello di governace (political famine theory) con il quale viene posta l’attenzione sui benefici che un buon livello di governance può apportare anche all’area della “food security”.

Questi tre approcci naturalmente non sono in opposizione poiché si integrano, fornendo diverse chiavi di lettura e di possibile intervento nelle specifiche situazioni.

 

Accessibilità o disponibilità? Fino a pochi anni fa (benché si sapesse che le scorte mondiali stavano riducendosi) illustri economisti sostenevano che non ci fossero rischi rispetto alla disponibilità di cibo per le popolazioni mondiali, e che il problema fosse per lo più legato al concetto di accesso al cibo per fattori economici e logistico-infrastrutturali. Ma anche questo oggi potrebbe non essere più del tutto vero a causa dell’espansione demografica (trappola malthusiana) di alcune aree del mondo in forte sviluppo socio-economico (India e Cina), dell’andamento climatico sempre più imprevedibile, e della competizione con le colture non alimentari ad uso energetico (biodiesel, etanolo) – resa sempre più spinta dall’innalzamento del prezzo del petrolio.

Dunque la sfida per trovare la via per un’equa distribuzione delle risorse si fa sempre più complicata.

Che si tratti di sviluppare le produzioni agroalimentari, o le colture ad uso energetico (per contrastare l’effetto serra e la crescente dipendenza energetica da petrolio) le rispettive politiche vanno attuate con molta accuratezza, individuando, soprattutto nel secondo caso, le opportunità di reale sviluppo e quindi di sostenibilità dei progetti. Pertanto il diritto al cibo andrebbe perseguito non solo all’interno delle politiche alimentari, ma anche valutando gli effetti delle altre politiche (energetica, ambientale, eccetera) data l’evidente osmosi fra aree diverse dell’economia mondiale. Anche per questo, non è difficile trovarsi d’accordo con quanti sostengono che le principali convenzioni internazionali (biodiversità, desertificazione, cambiamenti climatici) dovrebbero essere lette anche in chiave di disponibilità di cibo.

Se la tendenza all’innalzamento dei prezzi mondiali delle materie prime agricole non si invertirà rapidamente come sembra, quali conseguenze sono da attendersi per il 13 % della popolazione di cui sopra?

Difficile ragionare in termini di scenario. Le variabili in gioco sono numerose, correlate e non sempre prevedibili.

Alla base di una buona politica c’è sempre una buona visione prospettica di come sarà e di come dovrebbe essere il futuro che si intende disegnare.

Si dovrà certamente fare attenzione a non passare da un protezionismo spinto a una altrettanto spinta liberalizzazione che non tenga conto delle esigenze dei Paesi del Sud. Attenzione anche alle reazioni dei grandi produttori di commodities che nell’intento di ripristinare le scorte interne stanno già riducendo (alcuni addirittura bloccando) le esportazioni.

Secondo alcuni analisti lo scenario, benché ricco di elementi di preoccupazione, benché decisamente conflittuale (surriscaldamento del Pianeta o fame?), presenta le condizioni per investire sia a Nord sia a Sud nel sistema agroalimentare e ciò proprio grazie all’innalzamento dei prezzi che sarà protagonista delle nostre economie e della nostra tavola verosimilmente per almeno un paio d’anni ancora. Aspettiamoci che in un tale contesto si realizzino anche manovre di tipo speculativo, magari mascherate da politiche alimentari!

Alcune domande politically incorrect sorgono però spontanee. Chi investirà a sud (p.e. in Africa sub-sahariana)? Con quale tecnologia? A vantaggio di chi? Siamo certi che dopo Cina e India il mondo possa “permettersi” che anche l’Africa comincia a mangiare?

Non v’è dubbio che il tema del diritto al cibo sarà ancora per molto tempo nell’agenda politica internazionale.

Sulla scena internazionale

È di questi giorni la dichiarazione preoccupata del Governatore della Banca d’Italia secondo cui “alti e più volatili prezzi delle materie prime mettono sotto ulteriore tensione il processo di sviluppo e hanno un drammatico impatto sulla riduzione della povertà”. Infatti “Mentre i recenti aumenti delle commodity offrono ai paesi esportatori l’opportunità unica di accelerare il processo, diversificando l’economia, rafforzando la sostenibilità finanziaria, allo stesso tempo minacciano pesantemente la lotta alla povertà”

Dal mondo dei consumatori

La posizione di Coop la più grande cooperativa di consumo italiana è ovviamente articolata: i biocarburanti sono un’opportunità che va affrontata con un approccio integrato; no alla riduzione degli stock alimentare quindi no alle colture energetiche che sostituiscono colture alimentari; fare ricerca sui biocarburanti di seconda generazione (quelli che utilizzano colture legno-cellulosiche e biomasse); attenzione al pericolo contaminazione da ogm nel caso di utilizzo di materiale geneticamente modificato.

 La Politica Agricola Comunitaria (PAC) nasce con la costituzione dell’UE in un epoca di ricostruzione e di rilancio dell’economia comunitaria, per cui era evidente il bisogno di tutelare il settore primario (art. 39 del Trattato di Roma).

Nel mondo sono oltre 800 milioni i soci di cooperative. I settori sono i più disparati. Quelli dove si registra una maggiore concentrazione di cooperatori sono il consumo (e distribuzione) alimentare, e il credito. Ciò è vero sia a Nord sia a Sud (Argentina, Costa Rica, Uruguai, Kenia, Malesia, Colombia, Brasile, eccetera). Ciò conferma che il modello cooperativo può rappresentare una risposta al soddisfacimento di bisogni primari espressi dalle popolazioni di tutto il mondo a Nord come a Sud. D’altronde questa è la nostra storia.

Massimo Brusaporci

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