L’assalto ai forni
«Non bisogna forzare la natura, ma persuaderla, e la persuaderemo soddisfacendo i desideri necessari, quelli naturali se non recano danno, contestando invece aspramente quelli che recano danno» (Epicuro). Il pane comune è passato a costare tre euro al chilo; se poi ci si avventura nella sfiziosità dei forni (piadine salate e dolci, panini con ingredienti concorrenti alle tradizionali farine) il prezzo aumenta. Non c’è bisogno di fare i grandi economisti: se una qualsiasi famiglia di quattro persone spende al mese un centinaio di euro, vuole dire che in media un decimo/un dodicesimo del salario o dello stipendio se ne va soltanto in pane. Se ci aggiunge o latte, o vino, o birra, se ne va un altro decimo/dodicesimo dello stipendio. E poi ci sono i bisogni indotti, ma diventati necessari: le tariffe dei telefonini, le schede per i ragazzi e i bambini. Per non parlare dei rincari della benzina, del gasolio, del gas metano. Una società che voglia mantenere coesione ha da cambiare, soprattutto, il metodo di relazione con il popolo.
Solo che il popolo italiano, che oggi rifiuta questa definizione che non fa più chic, è anche suggestionabile almeno per la sua maggioranza ed è questa parte che poi risulta decisiva.
Fare capire che una politica di analisi e di trasparenza dei prezzi è vitale per la sopravvivenza della nostra economia di mercato è qualcosa di più marcato che pensare che la differenza la fa il prezzo del migliore offerente. Se vivessimo nel paradiso di Adam Smith sarebbe così. Siamo invece nell’inferno della concorrenza mancata e delle logiche di cartello. Un esempio per tutti: il prezzo delle benzine e i grandi marchi alimentari dietro ai banconi dei supermercati.
Il cliente-consumatore-utente si sente solo e, si sa, quando uno è solo pensa ad unirsi a una moltitudine urlante. Ce lo ha insegnato Alessandro Manzoni, ma evidentemente nella classe dirigente c’è chi non se ne ricorda.
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