La caccia, essendo una pratica antica, diffusa, tradizionale, ha dato vita anche a linguaggi che sono entrati nel linguaggio comune come emblematici modi di dire, spesso assunti anche dalla politica e dal giornalismo. Ad esempio viene definita «civetta», in gergo giornalistico, la locandina dei giornali, davanti alle edicole, che «spara» i titoli più intriganti. E l’uso della civetta, quella vera (oggi è vietata) è stata per secoli un modo per attrarre certi migratori, prima a tiro di rete, poi a tiro di fucile. Nella tecnica venatoria capitano faccende che si possono trasportare anche alla percezione delle proposte elettorali da parte dei cittadini.
Certe tecniche d’inganno venatorio (detti anche «giochi» per la presenza di zimbelli, stampi ed altri marchingegni) funzionano solo con gli uccelli di «passo», inesperti dei nuovi luoghi e non ancora smaliziati. I selvatici, ed anche gli uccelli, sono infatti molto più «intelligenti» di quanto si possa pensare. Ad esempio: pensiamo agli storni, croce e delizia dei cacciatori romagnoli. Gli storni che hanno fatto il nido da noi, i cosiddetti «pasturoni», crederanno una volta soltanto agli ingegnosi «giochi» predisposti per loro: buscate le prime fucilate il branco se ne ricorderà benissimo. E nei giorni successivi, se sorvolerà l’appostamento di caccia, si porterà in quota di sicurezza, ad altezze da «contraerea». Forse anche ai cittadini elettori capita così: si può anche credere, talvolta, a lusinghe e «giochi» ingannevoli. Poi ci si smalizia e si viaggia verso siti ragionevolmente sicuri. Stiamo a vedere.
Gabriele Papi
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