La scala dei redditi

“L’ingiusta passione per la ricchezza è empia… l’eccessiva avarizia è comunque sordida” (Epicuro). Se guardiamo alla ricchezza delle famiglie descritte dagli analisti della Banca d’Italia negli anni che vanno dal 2001 al 2006 ci rendiamo conto che in un Paese dal senso dello Stato scarso la trasformazione da lira in euro ha costituito una ghiotta occasione per compiere piccole e grandi speculazioni. Non potevano certo compiere questo tipo di operazioni i dipendenti salariati e gli stipendiati. Qualsiasi governo, a meno che non ne facciano parte dei pirati della Filibusta, deve per questo stabilire quale politica dei redditi sia compatibile con le manovre finanziarie, gli assestamenti di bilancio che si rendano necessari. Tra l’altro è diverso se uno guadagna 1.200 euro a Trento o a Messina, ma ormai una certa differenza di capacità di acquisto si riscontra anche se uno abita a Forlì e un altro a Montiano. Questa articolazione di prezzi e di tariffe sul territorio produce un inevitabile disagio sociale che non può vedere le amministrazioni locali estranee dalle azioni di tenuta del versante del welfare sociale.
Non è indifferente se un bambino va in un asilo nido con una determinata retta oppure non ci va, cambia la vita sapere che un anziano non autosufficiente può essere seguito senza dovere prendere l’aspettativa dal proprio lavoro. E nonostante ciò tutto questo non basta. Un conto è partire insieme e poi ciascuno distanzia l’altro per maggiori capacità, minori incompetenze, migliori risultati. Altro paio di conti è invece se, partendo avvantaggiato per ceto, classe, condizione, cerca di ostacolare il merito degli altri. Se la scala dei redditi cambia a seconda di chi la percorre…si rischia di trasformare una competizione fra diversi ma solidali, nella lotta nella giungla della sopravvivenza. Dove la filosofia non ha mai avuto albergo.

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