Lin ha iniziato presto a lavorare. A 17 anni dalle sue parti, nello stato-regione di Zhejiang, prima della sua emigrazione nella terra di Romagna, c’erano alcuni ristoranti di lusso, ma la gente non li frequentava. Poi dieci anni fa Lin Hu ha preso coraggio e si è fatto prestare i soldi da uno “zio”, Xuan, che gli ha fatto un bel predicozzo sulla riconoscenza familiare, ma soprattutto sulla necessità che in un triennio avrebbe dovuto riavere, e con gli interessi, quel prestito. Lin Hu non ha studiato da cuoco, ma l’anno scorso si è ribellato. Nel senso che per la prima volta si è posto la domanda perché dovesse cucinare quasi solo cibi precotti o surgelati o fatti importare dalla Cina e non potesse variare applicando i codici di una cucina che è la più vasta del mondo. Persino l’Italia che al mondo è considerata la più varia, di fronte alla Cina si pone al secondo posto. Solo che non lo sappiamo, perché sottovalutiamo cosa voglia dire, nel bene e nel male, una tradizione ultramillenaria di impero. Del resto il nostro impero romano è finito tanti di quei secoli fa che solo chi ha studiato storia può ricordarselo, mentre il “piccolo imperatore” è materia che ha attraversato praticamente il primo tratto di secolo, fino all’avvento del governo nazionalista e poi di quello comunista. Quando affrontiamo un cinese, a partire dal suo nome stesso, dobbiamo fare i conti con una realtà straordinariamente estesa e portatrice di una cultura stratificata e super regolata. Vorrei che Lin Hu diventasse un cuoco che cucina anche l’Artusi, il trattato della cucina fra l’Emilia, la Romagna e la Toscana. Attraverso il cibo può avvenire l’integrazione. Certo sappiamo che i conservatori prevalgono. Anzi, hanno il potere.
E in Cina, forse, ancora più che dalle nostre parti. Solo che quando parliamo di Cina, anche dalle nostre parti, non dobbiamo mai dimenticare che essere sudditi di un impero forgia il carattere della popolazione. Quando parliamo della Cina, se vogliamo utilizzare le categorie della storia, è meglio usare cautele e saggezza. Secondo Lao Tze: “Il mondo è un vaso di spiriti che non si fa forgiare”, meglio non irritarli troppo.
Pietro Caruso
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