Il taglio ai rami secchi della politica è un grido populista? Non lo so, io sto solo cercando di tagliare, più modestamente, una decina di robinie mezze secche dietro casa mia, per rinvigorirle un poco. In comunità montana, del resto, mi hanno detto che i rami secchi si possono tagliare. Basta una comunicazione (in duplice copia) in cui indicare la particella catastale, l’età dell’albero e la superficie complessiva. La prima volta – era maggio – mi sono sentito dire che tale operazione si può compiere solo da ottobre ad aprile. La seconda volta, quindi, sono andato per consegnare la domanda, ma mi hanno detto che occorre farlo in settembre, perché tanto in estate non si può potare.
Giunto finalmente settembre mi sono baldanzosamente presentato con la duplice copia della domanda, completa di fotocopia di cartina e visura catastale. Risposta dello stupefatto funzionario: «Ah! Ma la Robinia ha più di 11 anni, allora occorre un’autorizzazione, con marca da bollo di 16 euro e 62. Poi veniamo a vedere ed entro due mesi vi arriverà per posta il permesso alla potatura». Ma saranno al massimo una decina di piante!
E il funzionario, occhi al cielo: «La normativa non fa distinzione tra dieci piante o dieci ettari». Naturalmente dopo essermi complimentatato mentalmente con il “normatore” mi sono chiesto perché tocca fare tanta fatica per rispettare le leggi. Ma soprattutto perché, oltretutto, le informazioni vengono erogate a rate e non attraverso un modesto vademecum, oppure alla sezione “taglio alberi” del sito internet che sicuramente tutte le comunità montane hanno. Che qualcuno, sentendo parlare di taglio dei rami secchi, si sia sentito chiamato in causa?
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