I grandi gialli dell’estate, tipo il delitto di Garlasco, sono la Waterloo dell’informazione televisiva, ma i diretti interessati (giornalisti e dirigenti) continuano a non accorgersene. Mentre i telespettatori ridono a ogni nuova puntata.
La cronaca, sempre più alla ricerca di colpi di scena, si è trasformata in telenovela e spesso l’immagine è la notizia stessa. Questo non sarebbe neanche un male, anzi probabilmente qualche fine massmediologo direbbe che in tv l’immagine è tutto. Ma è difficile resistere a scene come quelle della povera inviata sul campo che fa inquadrare all’operatore un citofono da cui escono solo maledizioni. O come quella del parente della vittima che, giustamente, alla dodicesima richiesta di dichiarazione quotidiana esplode nel gesto dell’ombrello.Prontamente ripreso e mandato in onda nell’ora di massimo ascolto.
E i continui (e falsi) colpi di scena dei ritrovamenti di impronte di scarpe, tracce ematiche, liquidi corporei e presenze impalpabili decrittate solo dall’occhio attento dei Ris? E la pornografia del dolore? Genitori e figli di vittime piangenti a tutta scena. Queste immagini aggiungono qualcosa? No, dice il buon senso. E’ come buttare uno stantio pezzetto di peperoncino in una zuppa insipida. Invece l’incrocio tra il mezzo televisivo e il racconto dei grandi delitti potrebbe portare facilmente alla realizzazione di inchieste su cos’è la provincia italiana, la famiglia italiana, la realtà sociale italiana. Pensiamo solo ai temi che si potrebbero vedere in controluce nelle vicende di Garlasco o di Erba.
Potrebbero essere buoni servizi tv, se fossero un po’ più ‘Blu Notte’ e un po’ meno ‘CSI’.
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