La speranza si chiama Selif

Selif ha sei anni, da tre è in Italia, dove ha frequentato la prima elementare. Vive con i genitori e due fratelli più piccoli. È un burkinabé, cioè un abitante del Burkina Faso, uno dei più poveri e dignitosi paesi dell’Africa.

Un tempo si conosceva quella nazione come Alto Volta: dal 1960 ha conquistato l’indipendenza dalla Francia. Selif sa poco o nulla dei Bobo, l’etnia a cui appartiene, essendo nato a Banfora; non teme l’Aids che miete ancora il 5 per cento della popolazione del suo paese di origine ed è ancora la prima causa di morte entro i 50 anni.

È la soglia massima di aspettativa in un popolo che, come età dei suoi abitanti, ha solo diciassette anni a testa. Selif è l’unico inquillino, nel condominio dal quale mi sono trasferito, che mi ha aiutato nel trasloco di casa. Alcuni altri, bianchi e forlivesi, erano disponibili in verità, ma troppo avanti con l’età per chiedere di spostare pesi e trasportare pacchi da non meno di 10-15 chili.

Selif diligentemente e spontaneamente invece si è subito reso disponibile e così ha ricevuto in dono dei libri, un quadro, una piccola abat-jour da comodino. Il piccolo Burkinabé tifa la nazionale e pronuncia qualche parola anche di africano, francese, romagnolo, per il resto la lingua che parla benino è già quella di Dante.

Se anche i suoi genitori trentenni stentano a integrarsi, d’altra parte sono i piccoli Selif i cittadini che conviveranno con i nostri nipoti. La nostra generazione di cinquantenni spera che lo facciano in armonia, in pace, rafforzando le reciproche virtù e rinunciando ai reciproci limiti. Non abbiamo molte alternative. Se continuassimo a ragionare come prima di coloro che hanno scritto la “capanna dello zio Tom” ci ritroveremmo spiazzati e spazzati via.

Possono non piacerci, specie se non sappiamo difendere le nostre identità e le nostre sacrosante tradizioni, ma non possiamo fare a meno di confrontarci. Auguro a Selif di diventare campione di qualcosa, ma se anche rimanesse quel bambino educato e socievole, premessa per confermarlo nel suo carattere di adulto, lo ricorderei con molta simpatia. È a tipi come lui che è affidata la nostra speranza di continuare ad essere un popolo civile, ma soprattutto quello per cui una volta venivamo lodati (a volte senza troppi meriti): «italiani, brava gente». Nella convinzione di poterlo dire, più prima, che poi anche degli europei tutti.

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