Non si può salvar Caprotti e cavoli
Quando una grande azienda diventa troppo grande, poi finisce che in famiglia non si trovi più chi è in grado di guidarla come si deve.
Magari è solo perché in famiglia sono tutti impegnati a godersi il "capital gain" su motoscafi di lusso e ville ai Caraibi, o perché i padri litigano ferocemente con i propri figli. Capita, a dire il vero, anche in aziende non tanto grandi.
A quel punto i casi sono due: si incassa con savoir faire un assegno con tanti zeri, oppure si esce rovinosamente dai gangheri, perché tutto il denaro di questo mondo non può ripagare quello che, dal punto di vista esistenziale e umano, è un fallimento. Coop o no, i dipendenti di Esselunga non saranno poi così tristi di cambiare padrone.
Della (lunga e giusta) risposta di Poletti a Caprotti citiamo solo alcune righe. "Pare che la probabile vendita di Esselunga frutterà al signor Caprotti, secondo stime attendibili, circa 5 miliardi di Euro; se Esselunga fosse stata una cooperativa, egli avrebbe potuto recedere dal suo status di socio riprendendosi la propria quota di capitale sociale (circa 25 euro). C’è forse qualche differenza tra una cooperativa ed un’impresa capitalistica?".
Un’altra c’è: si lascia qualcosa di vero, non solo una pila alta così di bigliettoni col segno del dollaro.
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