Archive for settembre, 2007
Premio Cinema dei Valori Legacoop
Il festival internazionale di cortometraggi Sedicicorto, che si terrà a Forlì dall’1 al 7 ottobre, ospiterà anche il premio "Cinema dei Valori", sponsorizzato da Legacoop Forlì-Cesena. Il cortometraggio vincitore verrà proiettato in anteprima all’Assemblea dell’associazione che si terrà a Cesena il 26 ottobre.
Nessun commentoLegacoop TV: l’inaugurazione dell’Istituto Tumori di Meldola
Da questa settimana riprende sulle emittenti locali (Nuovarete, TeleRomagna e Videoregione) la rubrica televisiva Legacoop TV. La prima puntata è dedicata all’inaugurazione dell’Istituto Tumori di Meldola. Interviste e dichiarazioni di Romano Prodi, Dino Amadori, Vincenzo Erroi, Claudio Mazzoni, Sergio Mazzi, Agostino Mainetti, Alberto Bonamici e Monica Fantini. Per chi non avesse voglia di fare zapping tra le televendite pubblichiamo il Google Video.
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A cosa servono le cooperative
Basta farsi un giro su Internet per capire che fuori dai ristretti confini dell’Emilia-Romagna vige un’idea distorta, cristallizzata dell’impresa cooperativa. E i primi a vederla come un simulacro morale, anziché come una forma d’impresa e uno strumento giuridico peculiare, sono i suoi avversari.
Forse basterebbe spiegarsi con calma, e lasciare da parte ideologie vecchie un secolo, per capire che i bisogni a cui rispondono le cooperative sono sempre gli stessi, e sempre validi.
Sul blog dell’imprenditore, che per quanto lucido di sicuro non è un sostenitore della forma mutualistica, si è sviluppato un interessante dibattito sul tema. Partendo dalle boutades del signor Caprotti si è arrivati a quello che è il punto dello sviluppo del nostro Paese. Quoto l’ultimo post:
"Se dovessi puntare il dito contro IL DIFETTO di chi fa impresa in Italia lo farei sulla incapacità di aggregarsi".
(…) credetemi, in nessun paese al mondo ci sono così poche centrali di acquisto per la piccola distribuzione o centrali di vendita (magari cooperative per riallacciarsi sopra).
Ad esempio quando si va all’estero si va in ordine sparso.
Non si riesce ad organizzare neppure una rete di assistenza e vendita all’estero tra non concorrenti (tra concorrenti è addirittura vietato farselo venire in mente) che porterebbe benefici a tutti.
Dopo due secondi che un consorzio si è formato cominciano le gelosie e ripicche.
Per non parlare delle migliaia di aziende della subfornitura incapaci di sviluppare un prodotto proprio che vengono strozzate da clienti approfittatori e che dovrebbero aggregarsi con altre aziende della filiera per essere in grado di fornire servizi avanzati su sistemi complessi, oltre al piccolo pezzo fatto su disegno.
E intanto, naturalmente ci si lamenta.
I piccoli vengono stritolati dai grandi.
E non si rendono conto che è una scelta loro.
Se poi ci aggiungiamo la spiacevole attitudine a preferire che un lavoro vada ad uno straniero che ad un concorrente diretto Italiano è detto tutto".
Nessun commentoAnche il teatro locale è un’industria
Il settore della cultura, anche nei piccoli centri urbani, mostra una complessità e un dinamismo che in periodi passati erano riscontrabili solo nei “luoghi sacri”, storicamente deputati alla produzione artistica. Così risulta sempre più evidente che la qualità nel “prodotto teatrale” è diventata una condizione imprescindibile per chiunque e ovunque voglia fare parte di un mondo dove, con una battuta: «non si improvvisa!».
È piuttosto evidente che il prodotto teatrale risponde alle stesse logiche di qualunque prodotto industriale. Tuttavia, mentre il prodotto industriale ha forma tridimensionale, è fisico, parla al cervello, quello teatrale, che è “fatto di senso”, è immateriale e parla prima di tutto al cuore. Per questo ai più sfugge la complessità del processo produttivo, che risponde alle stesse leggi (economiche) del processo industriale: ideazione, professionalità e competenza artistica (la materia prima e il savoir-faire); struttura organizzativa (elemento portante di tutto il processo produttivo); marketing e comunicazione.
Realtà strutturate come Accademia Perduta, che hanno il pregio di essere ben inserite nel contesto produttivo artistico italiano, che creano e producono, oltre che acquistare e vendere, danno prospettiva al settore, e al settore nel piccolo territorio di provincia. Con i requisiti di cui sopra, e solo in quel modo è possibile agganciare la rete nazionale, rappresentandone un nodo di eccellenza. Quella della rete, che forse non è l’immagine più calzante per questo settore produttivo, può aiutarci a visualizzare il concetto di presenza attiva e diffusa di eccellenze nazionali capaci di mettere in circuito prodotti (gli spettacoli) di pari livello.
Forlì non è rimasta al di fuori delle dinamiche sommariamente qui descritte. Anzi, forse proprio grazie alla sua storica scarsa popolarità all’interno di questo mondo, il recente proliferare di esperienze, anche amatoriali (la presenza di una nutrita popolazione universitaria ha certamente contribuito), ha fatto si che tutta una serie di dinamiche presentino un carattere di novità. Novità che sembrano avere un futuro. Novità capaci di dare risultati. Molti li stiamo già raccogliendo (vedi i Musei del San Domenico), molti altri mi auguro possano essere costruiti con intelligenza (pianificati, strutturati, sostenuti) in modo da mantenere le produzioni ai livelli di cui le realtà più strutturate del nostro territorio sono capaci.
Massimo Brusaporci
Nessun commentoUn libro su Borgo Schiavonia

A chi è interessato alla storia di Forlì questo volume sul Borgo Schiavonia, pubblicato dalla cooperativa di giornalisti L’Almanacco – potrebbe interessare.
Nessun commentoLa speranza si chiama Selif
Selif ha sei anni, da tre è in Italia, dove ha frequentato la prima elementare. Vive con i genitori e due fratelli più piccoli. È un burkinabé, cioè un abitante del Burkina Faso, uno dei più poveri e dignitosi paesi dell’Africa.
Un tempo si conosceva quella nazione come Alto Volta: dal 1960 ha conquistato l’indipendenza dalla Francia. Selif sa poco o nulla dei Bobo, l’etnia a cui appartiene, essendo nato a Banfora; non teme l’Aids che miete ancora il 5 per cento della popolazione del suo paese di origine ed è ancora la prima causa di morte entro i 50 anni.
È la soglia massima di aspettativa in un popolo che, come età dei suoi abitanti, ha solo diciassette anni a testa. Selif è l’unico inquillino, nel condominio dal quale mi sono trasferito, che mi ha aiutato nel trasloco di casa. Alcuni altri, bianchi e forlivesi, erano disponibili in verità, ma troppo avanti con l’età per chiedere di spostare pesi e trasportare pacchi da non meno di 10-15 chili.
Selif diligentemente e spontaneamente invece si è subito reso disponibile e così ha ricevuto in dono dei libri, un quadro, una piccola abat-jour da comodino. Il piccolo Burkinabé tifa la nazionale e pronuncia qualche parola anche di africano, francese, romagnolo, per il resto la lingua che parla benino è già quella di Dante.
Se anche i suoi genitori trentenni stentano a integrarsi, d’altra parte sono i piccoli Selif i cittadini che conviveranno con i nostri nipoti. La nostra generazione di cinquantenni spera che lo facciano in armonia, in pace, rafforzando le reciproche virtù e rinunciando ai reciproci limiti. Non abbiamo molte alternative. Se continuassimo a ragionare come prima di coloro che hanno scritto la “capanna dello zio Tom” ci ritroveremmo spiazzati e spazzati via.
Possono non piacerci, specie se non sappiamo difendere le nostre identità e le nostre sacrosante tradizioni, ma non possiamo fare a meno di confrontarci. Auguro a Selif di diventare campione di qualcosa, ma se anche rimanesse quel bambino educato e socievole, premessa per confermarlo nel suo carattere di adulto, lo ricorderei con molta simpatia. È a tipi come lui che è affidata la nostra speranza di continuare ad essere un popolo civile, ma soprattutto quello per cui una volta venivamo lodati (a volte senza troppi meriti): «italiani, brava gente». Nella convinzione di poterlo dire, più prima, che poi anche degli europei tutti.
Nessun commentoQuei demoplutocrati del Financial Times…
…si permettono di bacchettare Caprotti perché ha mentito sulla quotazione.
La perfida Albione colpisce ancora!
Nessun commentoLa “signora degli idraulici” su Repubblica Affari&Finanza
La grande stampa nazionale – che come ci insegna Caprotti è controllata dai comunisti di Marte – di solito parla delle cooperative solo quando c’è uno scandalo, oppure per ricordare quanto si sono allontanate dalla loro "mission" originaria. Che dire: fa piacere, per una volta, leggere un articolo diverso dal solito su Catia Ridolfi, la presidente di Idrotermica Coop.
(Il ritaglio originale (PDF) qui).
Dire di no, con il “Made in No”
A sentire molti economisti, pare che gli effetti collaterali della globalizzazione siano inevitabili. Fabbriche che chiudono in Europa e negli Usa, precariato di massa, intenso sfruttamento umano nei Paesi emergenti dove l’inquinamento marcia a livelli simili all’Inghilterra dell’Ottocento: tutto giustificato dall’ideologia del Mercato. In realtà esistono miriadi di iniziative imprenditoriali che funzionano senza il bisogno di approfittare dei lavoratori che non hanno alternative.
Una di queste è il progetto Made in No (www.made-in-no.com), che ha lanciato di recente una collezione di maglieria, abbigliamento intimo e pigiami ecologici e solidali. ‘No’ è la sigla di Novara, dove tutto è nato, facendo leva su un gruppo di artigiani del tessile e di piccole sartorie che il commercio globale ha messo in crisi. L’idea è di acquistare materie prime dai Paesi poveri (il cotone proviene da Justa Trama, una rete di 700 famiglie di produttori brasiliani) e di effettuare il confezionamento in Piemonte. Riconoscendo ai produttori un compenso decoroso, ma controllando anche con scrupolo tutti i passaggi della filiera.Il progetto coinvolge anche un ente di formazione, un’associazione non profit, un’azienda di certificazione, un network di esperti in economie solidale e l’assessorato alle politiche per lo sviluppo della Provincia di Novara.
Partendo dal motto «Ogni punto un pensiero», chi è impegnato nella fattura di magliette e pigiami promuove una forma di collaborazione sostenibile fra Nord e Sud del mondo e punta sulla creatività e la cura alle tecniche di lavorazione.
L’alleanza fra i saperi dei coltivatori brasiliani e la tradizionale laboriosità e inventiva degli artigiani piemontesi ha dato risultati importanti. La prima collezione è stata letteralmente ‘bruciata’ dai consumatori e l’intimo ‘Made in No’ ormai è un marchio in via di affermazione. La trama della solidarietà si mostra più forte delle incertezze del mercato.
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